tenore David Butt Philip soprano Karen Cargill baritono Roland Wood direttore Martyn Brabbins coro Huddersfield Choral Society orchestra of Opera North 2 cd Hyperion

Caso strano nella musica inglese, e non solo inglese, The Dream of Gerontius, Elgar lo pensò e lo scrisse (nel 1900) non in forma di cantata o di oratorio. Le trecento pagine in due parti asimmetriche (poco più di mezz’ora la prima, poco meno di un’ora la seconda) ruotano nell’orbita della teatralità e non guardano tanto a Handel o Mendelssohn ma a Wagner. Nemmeno ritroviamo il modello e lo spirito del Requiem: la prima parte racconta le ansie e i dubbi di un uomo di fronte alla morte; la seconda è un confronto diretto dell’anima di Geronte con il Giudizio, nell’aldilà, in dialogo con un Angelo (soprano) e un Priest (baritono). Un anno dopo le Enigma Variations (1899), grazie al Sogno Sir Edward Elgar si alza in tutta la sua modernità e si fa appuntare la medaglia di “progressivo” da Richard Strauss. Lingua e respiro sono di altezze nuove per la musica inglese e questa esecuzione è la testimonianza di una devozione speciale: la Huddersfield Chorale ha incontrato The Dream of Gerontius per la prima volta nella stagione 1905/6, ne ha fatto un punto fermo del suo repertorio, lo ha registrato nel 1945 con Sir Malcolm Sargent, l’ha ripreso in disco dieci anni dopo, lo rinnova oggi con una registrazione che segue di ottant’anni la prima. Una fedeltà storica che si riflette nella quasi mistica concentrazione con cui l’affresco sinfonico-corale è reso: tre solisti intensi, orchestra che non è improprio dire “elegante”, coralità raffinata, conduzione sorvegliatissima, lontana da inclinazioni retoriche che non appartengono a Elgar.
Carlo Maria Cella



