pianoforte Fabrizio Chiovetta quartetto Terpsycordes violoncello François Grin cd Claves

Povero Frank Martin, sospeso tra fine Ottocento e Novecento inoltrato (1974), quando la modernità e le avanguardie avevano fatto il loro corso, tenendolo in disparte. E vittima di un pregiudizio: che l’essere nato in Svizzera, figlio di un pastore calvinista, non deponesse a favore dell’estro e della creatività. Eppure la varietà di spunti, elaborazioni stilistiche e soluzioni strumentali disseminata nel suo catalogo smonta i retropensieri: scrivere una Rapsodia per quintetto d’archi con contrabbasso, una Sonata da chiesa per viola d’amore e organo, una Petite Fanfare per sei ottoni, diverse Ballate per sax, flauto, trombone, viola e violoncello – per limitarci al genere piccolo – non è da bancario dell’arte. Nella musica da camera Martin diede il meglio di sé, ma è curioso che questo album ben pensato contenga il solo Quartetto per archi che Martin abbia composto (tardi, nel 1967) e il raffinato Quintetto con pianoforte scritto prestissimo, nel 1918, quando Stravinskij, Debussy e Ravel si stagliavano come modelli ambìti (è il terzo a lasciare soprattutto il segno).
Il Quintetto si apre in leggerezza su un tema di qualità limpidissima. Il Minuetto è a delicata guida pianistica. L’Adagio ma non troppo (il movimento più lungo dei quattro) è una specie di ostinato-cantabile degli archi dietro ai quali il pianoforte si nasconde. Di veloce c’è solo il Presto, scattante, estroverso. Anche il Quartetto non indulge su ritmo e velocità (il Prestissimo è uno scherzo di tre minuti), mentre il movimento più originale è il Lento che lo apre, di sapore esotico. Il terzo pezzo del programma, la Pavane couleur du temps nasce nel 1920 per Quintetto d’archi, prima di allargarsi a piccola orchestra nel 1954; sono più evidenti il modello Ravel e la vena nostalgica. Il Quartetto Terpsycordes, Fabrizio Chiovetta e François Grin si prendono cura del connazionale Martin facendo brillare tutte le linee di una scrittura ricca, estrosa, baciata dal dono della melodia. Nessun ascolto punitivo, nulla di elementare. Chapeau all’autore e ai suoi interpreti.
Carlo Maria Cella




