Schubert – Winterreise

tenore Ian Bostridge
pianoforte Thomas Adès
cd Pentatone 5186764

 

Bostridge ha pubblicato per il Saggiatore un’esegesi di questo ciclo (Viaggio d’inverno: anatomia di un’ossessione) che per acutezza d’indagine, ricchezza di rimandi, completezza storico-letteraria-musicologica, fa letteralmente piazza pulita di tutto quanto scritto in precedenza. La Winterreise l’aveva già incisa in un video del ’94 con Julius Drake, e in cd dieci anni dopo con Leif Ove Andsnes (cd che fa parte anche delle pubblicazioni di “Classic Voice”): questa registrazione dal vivo alla Wigmore Hall del 2018 è dunque la terza. Ma non apporta nessun cambiamento nelle questioni di base.
Personalmente, ritengo che Schubert sia uno dei compositori che più abbiano “cantato” nella storia. Canta sempre, sempre: tutta la sua costruzione musicale, grande o piccola, per qualunque organico essa sia, cresce con e su linee melodiche. Struggenti e quanto mai veritiere, le sue parole “Vissi e cantai per tanti, tanti anni; se volevo cantare l’amore, cantavo il dolore e viceversa: così mi divisi fra l’amore e il dolore”.
Bostridge, per come lo sento io, non canta poco: non canta proprio. La bruttezza timbrica ha il suo peso, certo. Ma è che la sua linea vocale, sotto lo stimolo di una ricerca maniacale della nuance all’interno della nuance nell’ambito d’una nuance (qualcosa che fa sembrare uno stornellante  improvvisatore quel maestro dell’introspezione che fu Fischer-Dieskau), a causa d’un timbro così arido, bianco sottile fino all’evanescenza, d’una fissità d’emissione che per orecchie goderecce come le mie (cresciute ahimè non solo con le tre monumentali Winterreise di Hans Hotter, ma anche con quella di Peter Anders, di Peter Schreier con Richter eccetera eccetera, l’hanno incisa quasi tutti…): è all’incirca ai limiti del sopportabile, non riesce proprio a trovare un  colore che sia uno. Certo, la dinamica varia in modo quasi incredibile, al punto però da smangiucchiare spessissimo la quadratura ritmica, in ciò coadiuvato dal certosino accompagnamento del compositore-pianista Adès, che pare particolarmente esaltato nell’evidenziare oltre misura ogni dissonanza. Ma questa ambiguità ritmica, questo sconfinare spesso e volentieri nel parlato (Die Krähe, per fare solo un esempio, è in puro stile Sprechgesang, per giunta lenta al punto da sbrodolare ogni eventuale tensione emotiva), questo mordere ogni consonante anziché farla cantare: analizzano e anzi triturano benissimo, facendo molto riflettere sulla struttura compositiva; ma per quanto mi concerne (però io ho una certa età…), neppure una nota riesce a coinvolgermi emotivamente.
Elvio Giudici

 

 

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256 - Settembre 2020
Classic Voice