Beethoven – Leonore

direttore René Jacobs
orchestra Freiburger Barockorchester
coro Zürcher Sing-Akademie
2 cd harmonia mundi HMM 902414 15

 

Ein Stoß – und er verstummt!”. Un colpo – e lui ammutolisce. Sta qui il centro di tutta l’opera. Rocco inorridisce. Ma china il capo, e si arrende agli ordini del potente. Una moglie, Leonore, si traveste da uomo e si fa arruolare come guardia carceraria nella prigione dov’è rinchiuso suo marito, Florestano, per tentare di liberarlo. Pizarro, il governatore della regione, ha imprigionato Florestano, per impedirgli di denunciare il suo coinvolgimento in un affare di concussione. Sembra una storia di oggi. Si è scritto molto sull’anelito di libertà che ispirerebbe tutto il Fidelio, già dalla sua prima versione, Leonore, nel 1805, quella qui registrata da René Jacobs. La vicenda e tutta la musica sono un appassionato inno alla libertà. Ma c’è di più. Beethoven è inorridito da quanto nella società umana prevalga l’ingiustizia, e quanto la corruzione o il terrore leghino le mani di chi vi si oppone. Rocco è un bravo uomo, ma ubbidisce al governatore, ne esegue gli ordini, che sa ingiusti. Strumento dell’ingiustizia umana è il carcere, dove, più che i criminali, sono incatenati gli sgraditi all’ordine sociale dominante. Contro tutto questo lotta Leonore, la moglie di Florestano, per amore del marito, ma anche per un’intima convinzione dell’inaccettabilità dell’istituzione carceraria. Non ha ancora riconosciuto nel prigioniero il marito, ma è inorridita dalle condizioni nelle quali è costretto. Chiunque tu sia, voglio salvarti. Impressionante non è solo la cattiveria dei potenti, ma il silenzio degli umili. Rocco, Jachino, Marzelline vivono in un carcere dove accadono fatti orribili, e non se ne scandalizzano. Gli unici a comprendere la realtà della situazione sono non a caso i prigionieri. Il coro dei prigionieri è un momento teatrale d’intensità quasi insopportabile, perché in una sola scena è rappresentata la condizione di perenne ingiustizia che governa la storia umana. Lo squillo di trombe che libera Florestano è il gesto teatrale dell’utopia di come dovrebbe essere la storia
Ma René Jacobs non ha inciso il Fidelio del 1814, bensì la Leonore di nove anni prima. Perché, sostiene, è la versione più riuscita dell’opera. Non sono d’accordo. Il Fidelio delle versioni successive ci guadagna in concisione e drammaticità. Ma la scelta di Jacobs ha un senso, vuole evitare proprio l’estrema concisione della versione definitiva. Questa incisione è stata registrata alla Philharmonie di Parigi. Non è impeccabile. Il suono appare un po’ schiacciato. E si avverta un certo squilibrio tra i timbri strumentali dell’orchestra. Ma l’interpretazione è intensa. Siamo abituati a sentire Fliorestano che all’inizio grida “Gott!”, Dio, come un urlo violento di ribellione. Maximilian Schmitt, il Florestano di questa incisione attacca subito piano. Sofferente, intimo. Anche la Leonore di Marlis Petersen sembra rifuggire da accenti eroici per ripiegarsi in una dolente consapevolezza della propria fragilità. Tanto più eroica allora ci appare la sua dedizione non solo all’amore del marito. Così, la malvagità di Pizzarro, Johannes Weisser, ci mostra la terribile quotidianità del sopruso da parte di chi può esercitarlo sugli altri. L’ambiguità, la mediocrità di un Rocco, Dimitry Ivashchenko, sempre sotto le righe, sono l’ambiguità e la mediocrità dell’uomo comune che non vuole fastidi, che pensa solo a sé stesso. Affettuoso, e perfino volitivo, con chi non può contrastarlo o ferirlo, ma servile con il potente. Si perde qualcosa del senso eroico dell’opera con questo tono quasi sempre sotto le righe? Forse. Ma si guadagna in umanità dei personaggi. E, soprattutto, ne risulta smentita la supposta poca teatralità dell’opera, l’estraneità di Beethoven ai meccanismi della drammaturgia.
Dino Villatico

 

 

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