D’Avalos – Maria di Venosa – Recensione

solisti Liana Ghazaryan, Sara Nastos
direttore Daniel Cohen
orchestra Internazionale d’Italia
festival della Valle d’Itria
MARTINA FRANCA

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MARTINA FRANCA – Una scelta ardita, in linea con la vocazione di un festival, per ricordare il quarto centenario della morte di Gesualdo. Maria di Venosa, dramma musicale per orchestra, solisti e coro, è stato presentato dal 39° Festival della Valle d’Itria in prima italiana, e in prima rappresentazione scenica assoluta. Lavoro del compositore Francesco d’Avalos (Napoli, 1930), questa pagina è dei primi anni novanta, e aveva sinora conosciuto una sola esecuzione diretta dall’autore a Londra, senza scena, e testimoniata da un’incisione discografica. La vicenda si ispira al fosco uxoricidio-omicidio cui fu costretto, da famiglia e consuetudini, Carlo Gesualdo da Venosa, per punire in flagrante il tradimento della moglie Maria d’Avalos (all’epoca la donna più bella di Napoli) con il nobile Fabrizio Carafa. E infatti il racconto, nella dimensione di un flash-back filmico, illustra i tormenti e le inquietudini di un Gesualdo che, in fin di vita, ripercorre le proprie angosce. Non un melodramma, forma nient’affatto amata dal Nostro (discendente del ceppo di Maria), e quindi non incardinata su libretto e protagonisti vocali, questa creazione rispecchia lo stile personale di un musicista appartenente alla leva della post-avanguardia italiana del secondo Novecento. Lontano da circoli e lobby, tipo bidelli di Darmstadt e relativi eredi, Francesco d’Avalos si esprime in un suo linguaggio e alveo sperimentale, che guarda con interesse alla lezione wagneriana e soprattutto bruckneriana. Disegnata con mano cólta ed elegante  – che però, occorre sottolinearlo, raramente emoziona e coinvolge, se non fosse per la mirabile messa in scena –  la partitura, qui approdata in una revisione orchestrale di Alberto Cara, propone un flusso sonoro denso e ipnotico, che in particolari momenti dell’azione si connette con naturalezza a pagine cinque-seicentesche. Ed ecco allora, da un lato, i momenti strumentali affidati a un separato gruppo di esecutori, e dall’altro varie pagine madrigalistiche, alcune dello stesso Gesualdo, intonate dal gruppo madrigalistico dell’Accademia del Belcanto Rodolfo Celletti, preparato da Antonio Greco. Il tutto senza soluzione di continuità, e anzi in parte sovrapponendosi nei passi di raccordo, secondo una pluralità di vedute tipica di d’Avalos. Di straordinaria bellezza e originalità è riuscito l’impianto scenico, firmato da Nikos Lagousakos per regia e coreografia, Justin Arienti per scene e costumi, Matthias Schnabel per video-art, Giuseppe Calabrò per disegno luci. Molto bravi i mimi-danzatori: Marco Rigamonti, Gesualdo, Gloria Dorliguzzo, Maria, Riccardo Calia, Fabrizio, e  assai apprezzabili alcuni interventi cantati, a commento dell’azione, del soprano Liana Ghazaryan e del contralto Sara Nastos. Il giovane Daniel Cohen – sul podio dell’Orchestra Internazionale d’Italia e del Coro del Teatro Petruzzelli  – ha diretto il magmatico, onirico congegno con sicurezza e felice penetrazione interpretativa, valorizzandone i connotati di profonda meditazione lirica e metafisica. Lunghi e calorosi gli applausi agli esecutori e all’autore in sala.
            Francesco A. Saponaro

 

 

 

 

 

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