Bellini – Beatrice di Tenda

interpreti D. Theodossiou, M. Kalmondi, J.M. Lo Monaco, A. Roy
direttore Antonio Pirolli
orchestr a e corio  Teatro Massimo Bellini di Catania
regista e scenografo Henning Hermann Brockhaus
2 dvd Dynamic 33675

Beatrice

In tanti (compreso il sottoscritto) si son domandati come mai al Bellini reduce da Norma sia venuta fuori un’opera scipita quale la Beatrice di Tenda e nessuno (sottoscritto incluso) si è mai risposto in modo convincente. Forse i forti contrasti con Felice Romani, che sfociarono in inimicizia definitiva? Mah. Forse un esaurimento di breve durata (seguirono I Puritani, si sa)? Mah. L’arte ha i suoi misteri e non pretenderò di risolverli io. Fatto sì è che qualsisia ulteriore ascolto di quest’opera nata all’affanno non comporta palinodie: l’opera è mancata nel suo ubi consistam emozionale pur esibendo insindacabile fattura; e allora bisognerà percorrere vie d’accesso meno burocratiche e ammettere che questa non è creatura di Bellini, bensì del bellinismo. Intendo con ciò che, mentre la scrittura denota un musicista ben conscio delle sue formule e correttamente avviato a ribadirle, peraltro con l’aggiunta di una più matura definizione della componente strumentale, l’opera fallisce proprio là dove s’annida il germe della maggiore musa belliniana, nella melodia. E tutto risuona come inerte applicazione di formule belcantistiche a una materia che di veramente inventivo mostra pochino; insomma, un bell’esemplare di manierismo.
Il Teatro Massimo Bellini di Catania, casa madre del suo maggior figlio in musica, è oggi in palese difficoltà amministrativa e artistica: mancano soldi e competenze e si rischia di compromettere quel che di buono, e anche ottimo, questo ente aveva offerto negli anni trascorsi, e soprattutto la salute dei suoi complessi, che al 2010, data di realizzazione di questa Beatrice di Tenda, mostrano tuttora una quasi commovente vitalità. Intanto v’è un progetto scenico, più ancora che registico, di Brockhaus che svela virtù di godibilità: in una scena praticamente vuota di suppellettili d’ogni tipo, che si fonda sulla mera fantasmagoria, si materializza una sorta di immenso tronco centrale dove giochi di proiezioni si rincorrono accendendo qua e là riverberi di luci di forte presa visiva. E i costumi di Colis, specie quelli femminili, sono davvero belli nella loro splendente policromia. L’esecuzione poi non è davvero eccelsa ma almeno meritevole sì; Pirolli dirige e concerta in modo degno e fra i protagonisti vocali un cenno farei soprattutto per la Agnese del Maino di José Maria Lo Monaco, bella presenza e colore gradevole, ben esibito nell’iniziale a solo accompagnato dall’arpa (che è tra le poche pagine di vero respiro dell’opera); ment re alla protagonista Dimitra Theodossiou va riconosciuto un pregevole uso dei fiati e un disbrigo professionale delle rare colorature belliniane, ma, diciamocelo, la parte non la aiuta perchè ivi s’annida soprattutto il “bellinismo” ossia la stanca ripetizione di formule non più sorrette dalla vera invenzione. E la signora, di suo abbastanza inerte sul piano attoriale, ci casca come una pera matura. In quanto alle parti maschili c’è poco da inventarsi: anonime sono e anonime restano. Michele Kalmandi fa un Filippo Maria Visconti un po’ tonitruante e Alejandro Roy è un gradevole Orombello di assai vaga consistenza drammatica, ma fino a che punto la colpa è sua?
Aldo Nicastro

 

 

 

 


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