Delibes – Sylvia

La Scala (fino al 14 gennaio) inaugura "ricreando" un balletto poco frequentato

MILANO – Allestire un balletto di repertorio poco frequentato, anzi “ricrearlo”: questo ha fatto, orgogliosamente, Manuel Legris, un prodotto “classico” di pura école française, con la sua “Sylvia”, che ha aperto la stagione delle danze alla Scala. Se per l’opera  resta incessante la discussione su come re-ambientare, attualizzare, ri-contestualizzare la trama dei titoli forti da riproporre “all’antica” o “al gusto di oggi”, per il balletto non è la stessa cosa. Un esempio può essere utile a chiarire il punto: Giselle resta tale e quale, con il contado e il bosco, le punte e i tutu, a meno che si tratti di un remake, come è accaduto negli anni Ottanta con la versione moderna di Mats Ek sulla stessa musica di Adam, non iconoclasta, ma “altra”.
Come è andata allora con questa Sylvia (o la Ninfa di Diana) nella redazione di Legris, favola boschereccia messa in danza nel 1876 (l’anno dell’Anello del Nibelungo di Wagner a Bayreuth) all’Opéra di Parigi da Louis Mérante, accusata già in origine di incongruenze e di fuga dagli affani del presente attraverso i fantasmi della mitologia, portando in scena Diana, Eros, le Ninfe cacciatrici e i loro affetti?
Era subito piaciuta la musica di Léo Delibes – autore anche di Coppelia-, apprezzata pure da Ciaikovskij, mentre il libretto ispirato all’Aminta di Torquato Tasso aveva deluso. Le ballerine italiane furono gradite: Rita Sangalli, Rosita Mauri, Carlotta Zambelli, nella coreografia di Leo Staats, stelle straniere doc necessarie come garanzia di brillantezza.
Legris ha scelto di mettere mano a questa sua Sylvia, “in stile” ottocentesco, a Vienna nel 2018, tenendo conto del magistero di chi la mantenne viva a Parigi nel Novecento, i coreografi Serge Lifar, assai criticato, e Albert Aveline, la maestra Claude Bessy e il filologo Pierre Lacotte, con étoile come Lycette Darsonval e Violette Verdy.
A Milano intanto si era vista quella di Mérante nel 1896 a cura dello specialista “ripetitore” Giorgio Saracco, con Carlotta Brianza, e poi mai più, salvo Sylvia pas de deux di George Balanchine, squisitamente concertante, a-narrativo, nel 1953.
Il successo è arriso a Legris ora per l’intero balletto montato amorosamente alla Scala mentre già si mormora di lui, ex étoile luminosa dell’Opéra de Paris in uscita dal posto di direttore del ballo a Vienna, come del futuro responsabile della danza a Milano dopo Olivieri a fine contratto, se chiamato dal nuovo Sovrintendente al Piermarini, Dominique Meyer, in arrivo proprio dalla capitale austriaca.
Sylvia secondo Legris, tutto un ricamo di bravure, è come un dolce con la glassa, un’alzata di macaron tinta pastello, pensata per i corpi dei ballerini di oggi, con una veste estetica su misura, che deve molto al lavoro di ricerca e alto artigianato per scene e costumi di Luisa Spinatelli, capace di grandi citazioni iconografiche, dalla Secessione viennese all’Orientalismo dorato, restando al di qua di un pericoloso ”eccesso di cultura”, nel pescare con garbo evocativo dall’antica Grecia, dalla pittura pompeiana e dalla paesaggistica delle rovine e delle verzure. Sullo sfondo una proiezione in tondo che rimanda alla Luna-Diana nel cielo di Endimione, di George Frederic Watts, simbolista vittoriano.
Un aroma di Harem aleggia nel secondo atto, in cui Sylvia con l’inganno fa ubriacare Orione, che la brama, non corrisposto. Si potrebbe notare come qui le donne -cacciatrici protagoniste, campionesse di enpowerment femminile – scelgano destini diversi, visto che la Dea Diana resiste all’amore per Endimione per restare combattivamente single, mentre Sylvia si lascia trafiggere da Eros e si unisce al suo devoto pastore Aminta.
Arco e freccia vengono lasciati da parte solo nei momenti d’amore dalle Ninfe ardite. In realtà si tratta di pretesti narrativi, come si disse due secoli fa, per tanta belle danse, che Legris disegna a piene mani con il suo evidente saper fare accademico, un patrimonio che sa spendere con giusta misura.
Alla prima, sotto la bacchetta di Kevin Rhodes, Martina Arduino-Sylvia ha brillato, con il plus di una caduta da brivido, senza conseguenze, anzi con applausi aggiuntivi; il suo innamorato Aminta, Claudio Coviello, ha sfavillato soprattutto negli a solo, con qualche affettazione di troppo; magnifico l’Eros di Nicola Del Freo, capace di indossare alucce e calzari, oggi desueti, in modo elegante e plausibile; Orione era un vigoroso Christian Fagetti, Federico Fresi è stato un capo-Fauno con cornetti e codina e con i dovuti  balzi ferini, e Diana-Maria Celeste Losa, in rosso, ha mostrato la statura e il carattere del caso, dal prologo-ouverture con l’amato Endimione alla rinuncia finale a lui che le appare ormai in lontananza. Bellissimo l’insieme femminile del primo atto. Niente guest, ma tanto  balletto e basta, per tutta la compagnia. Cosa rara e preziosa.
Elisa Guzzo Vaccarino

 

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