Offenbach – La Périchole

direttore Marc Minkowski
orchestra Le Musiciens du Louvre
coro de l’Opéra National de Bordeaux
2 cd Palazzetto Bru Zane

Nietzsche trovava nel teatro e nella musica di Offenbach più verità che in tutta la Tetralogia wagneriana. Dal suo punto di vista non aveva torto. Wagner pretende, infatti, che la verità sia la realtà come la rappresenta il suo dramma musicale.  Ma Nietzsche sa che nessuna opera, nemmeno la più sublime, esaurisce la rappresentazione della realtà, come nessuna filosofia chiarisce una volta per tutte la corrispondenza del pensiero alle cose.  E allora, su questo tenue, tenuissimo, filo che segna il confine tra verità e non verità, su questo discrimine che segna i limiti dello spazio in cui la verità è il linguaggio e non ciò che il linguaggio dice, Offenbach è perfetto, come lo sarà Bizet. La profondità morale, se una morale, anzi una morale assoluta, deve cercarsi nell’arte, o addirittura nella vita, essa non sta nella profondità delle coscienze ma nella superficie delle cose. Perché la superficie, a differenza della coscienza, e soprattutto della falsa coscienza, non si nasconde, non si maschera, ma mostra sé stessa come unica realtà. Cerca perciò la profondità chi non ha ruolo né parte sulla superficie, ch’è, essa sì, tutta la realtà. E dunque la profondità della coscienza, di qualsiasi coscienza, è la menzogna di chi vuole imporre come verità la propria volontà di potenza. Il discorso sembra preso alla lontana. Ma Nietzsche ha perfettamente ragione: c’è più filosofia in un couplet della Périchole o della Belle Helène, che in tutta la macchina metafisica del Crepuscolo degli dei, perché la Périchole non finge di essere metafisica, ma si limita a deridere ciò che della realtà è inafferrabile, ma pretende di afferrare: le coscienze, prima di tutto. Tant’è vero che la critica wagneriana di oggi ha scrostato Wagner proprio della sua supposta metafisica. Quando Euridice, tra le braccia di Plutone, sente il motivetto del violino di Orfeo intonare “J’ai perdu mon Euridice”, salta su e strilla: “Ciel! Mon mari!”, non solo fa la soubrette di una qualunque pochade, ma denuncia piuttosto la falsità di tutti gli amanti che credono eterno il proprio amore. In questa visione disincantata, se non cinica, della vita, Offenbach si diverte a sminuire ogni convenzione sociale, a denudare ogni personaggio che pretenda di presentarsi come l’incarnazione di una dignità indiscutibile. L’ebbrezza della Périchole più che dall’alcol è provocata dall’aver mangiato e bevuto con lo stomaco vuoto e torturato dai crampi della fame. Ecco tolta all’ebbrezza ogni slancio mistico. L’“opéra bouffe”, che gli italiani, sempre ossessionati dalla gerarchia dei valori, chiamano in maniera imbarazzante “operetta”, come se fosse un genere inferiore (Nietzsche si rivolta nella tomba!), andò in scena a Parigi nel 1868 e fu rimaneggiata e ripresa nel 1874. Marc Minkowski si costruisce qui una sua versione che le combina entrambe. Ma perché no? Funziona, sia drammaturgicamente che musicalmente. E oltre ai sempre bravi Musiciens du Louvre si avvale di una compagnia di cantanti attori magnifici per come entrano nello spirito di questo teatro e di questa musica. Non si sa chi ammirare di più. Anche perché è proprio il lavoro di squadra che li rende tutti mirabili. Ma non si può tacere che si resta conquistati soprattutto dai due protagonisti, Aude Extrémo, nella parte della Périchole, e Stanislas de Barbeyrac in quella del suo amante Paquillo. Perfetto il Coro dell’Opéra National de Bordeaux. Gli applausi che si ascoltano registrati sono tutti meritatissimi.
Dino Villatico

 

 

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