Macbeth è una tragedia di famiglia

Alla Fenice Lady e Macbeth sono genitori che non hanno elaborato il lutto della figlia scomparsa
Verdi
Macbeth
interpreti L.Salsi, V.Yeo, S.Lim, S.Secco
direttore Myung-Whun Chung
orchestra teatro La Fenice
regia Damiano Michieletto
teatro La Fenice

VENEZIA – “Io ho allattato, e so quant’è tenero amare il bimbo che mi succhia”. Parte da questo verso di Shakespeare, quantunque non accolto dal libretto di Piave, l’idea attorno cui Michieletto organizza la propria regia. Nel preludio, in una scena resa dal genio di Paolo Fantin d’un bianco abbacinante che molto più dell’oscurità comunica il senso del gelo dell’anima, e mantenuta vuota salvo per un’altalena con la tavoletta rossa (ricorrerà di continuo, diventando di volta in volta trono o foresta ma restando sempre corridoio mentale per il passato della coppia protagonista), Macbeth disperato scruta nel sottosuolo mentre Lady lo abbraccia e cerca di trascinarlo via: e dal sottosuolo che s’intuisce essere una tomba si alza, lieve e agghiacciante, un palloncino bianco trattenuto da un cordino rosso. La coppia Macbeth-Lady ha avuto una figlia, ed è morta. Le streghe (una rete di plastica bianca e una parrucca a caschetto, nel renderle senza volto ne cancella ogni individualità) sono emanazione dell’inconscio di Macbeth, al cui centro la figlia scomparsa si clona in tre figurette bionde rossovestite che lo abbracciano al termine dei due triplici vaticini. Dei due genitori Lady è quella che riesce, se non a rimuovere il lutto, a conviverci allacciando il rabbioso groviglio di aridità sentimentale alla smania di potere (durante la cabaletta – non ripetuta, peccato – il medico arriva con le pillole presumibilmente ansiolitiche da cui dev’essere dipendente ma che stavolta rifiuta, gettandone via una manciata ad ogni sgranarsi della coloratura): smania che con determinazione vuole infondere anche al marito, soffiando sul fuoco del risentimento nei confronti di chi tale discendenza ha assicurata e trarrà giovamento dalle loro azioni delittuose. Duncano arriva salutato gioiosamente da Macduff con moglie e due figli, e da Banco col figlio: il re gioca coi bambini mettendo loro in testa la propria corona, e  Macbeth vorrebbe far parte della festa ma Lady, rabbiosa, lo tira via.

Tutta la vicenda si sussegue sul palcoscenico sempre vuoto, spazzato da teli di plastica bianca – “il velame del futuro”… – che inghiotte i personaggi d’una scena facendo sortire quelli della seguente.
Una delle molte ragioni per le quali Michieletto è a mio avviso un grande regista è che, oltre a “raccontare” sempre e comunque (e a raccontare la storia del libretto, anche se talora elude il contingente delle didascalie ma solo per esplicitarne più modernamente la sostanza drammaturgica), lui riesce regolarmente a “riempire” i momenti di stasi narrativa costituiti dai pezzi chiusi. Anche un episodio breve come l’iniziale duetto Macbeth-Banco, ad esempio. Durante il quale il sire di Caudore degradato consegna a Macbeth la fascia simbolo del suo potere, per poi essere coperto dalle streghe di denso liquido bianco e avvolto da un telo di plastica bianco, metafore entrambe della morte violenta di cui si scandisce tutta la vicenda. In episodi più articolati, più elaborati diventano i rapporti reciproci.

Nel concertato del prim’atto, Duncano si cosparge di quel bianco sangue fissando negli occhi un Macbeth sconvolto; la corona è a terra e Malcolm la raccoglie con sorriso beato, ma Lady è pronta a puntare il dito su di lui sollecitando tutti gli altri a essergli ostili e a costringerlo a “improvvisa fuga in Inghilterra e vuoto il soglio a te lasciò”. “La luce langue” non è un assolo di Lady bensì un duetto con Macbeth, all’inizio recalcitrante a “nuovo delitto, che è necessario”. Durante il coro degli assassini, il figlio di Banco passa tra loro su un triciclo, che poi, durante la scena con le streghe al terz’atto, sarà l’unica apparizione dei futuri re, quindi tutta mentale (in luogo di quelle sfilate che non vengono mai!). Geniale, al termine di tale scena, il coro “Ondine e silfidi”: di solito una sorta di cullante ninna-nanna, qui la mente dello svenuto Macbeth “mette in scena” l’assassinio di tutta la famiglia di Macduff, e la musica la sentiamo come un’agghiacciante, gelida danza macabra. Del pari geniale, nel banchetto, il fantasma di Banco fatto comparire con lo scheletro di Duncano tra le braccia, che passa a quelle di Macbeth (davvero “fiammeggian quell’ossa”!) mentre Lady cerca di tenere minacciosamente in riga gli invitati. Anche il coro “Patria oppressa”, punto forse il più alto della sensazionale concertazione di Chung (come rende la rabbrividente acciaccatura già presaga di quella che percorre tutto il Don Carlo!!), diventa lancinante marcia funebre per moglie e figli di Macduff, ciascuno davanti a una corona mortuaria prima d’essere inghiottiti dal mortale sacco di plastica mentre la scena si riempie di altalene rosse – la foresta – tra le quali si aggira Lady sonnambula che cerca di sfuggire alle tre bimbe risorte dal suo passato invano rimosso (stupendo, al “Sposo e padre or or non era?, il porgerle un orsacchiotto di peluche). Infine le tre bimbe ridiventano una sola, a vegliare Macbeth riverso (che ha compreso cosa davvero sia la “vil corona, e sol per te!” mentre durante il coro della vittoria, sopra lo sfondo fattosi scuro, cola il denso strato di bianco sangue: perché il Grande Meccanismo del potere, come genialmente scriveva Jan Kott, si rimette sempre in moto.

Ovvio come un impianto siffatto non potrebbe funzionare così superbamente come s’è visto, senza la presenza di due cantanti-attori eccezionali. Splendido timbro splendidamente emesso lungo una linea ampia, morbida e omogenea, Luca Salsi sempre più si conferma il baritono verdiano per eccellenza dei nostri giorni. Ma non solo per come pur così ragguardevolmente sa cantare. Per la sottigliezza con cui accenta, piuttosto; per come la gran tecnica (quell’attacco in piano dell’aria, e in pianissimo alla sua ripresa!) è sfruttata onde tracciare un sensibilissimo oscillogramma psicologico che chiaroscura ogni minuta tappa dell’evoluzione del personaggio: per come, insomma, la voce sa diventare “parola scenica”, e quindi farsi voce autenticamente verdiana.
Vittoria Yeo, giunta all’ultimo minuto a salvare le recite, non gli è troppo da meno: bella quantunque un filo esile la linea, eccellente il fraseggio valorizzato da dizione perfetta, splendide la figura e l’attrice. Ottimi il Banco di Lim e il Macduff di Secco, ed ottimissimo il coro, apice un “Patria oppressa” da libro d’oro della grande interpretazione verdiana.
Nel quale libro, posto d’onore si ritaglia Myung-Whun Chung con la sua concertazione adesa come un guanto a regia tanto articolata. Direzione sfumatissima e morbidissima, tutta lavorata sulla compattezza, sulla dinamica, sulla sapiente, nitida percezione dei piani sonori e non mai sui decibel anche nel più incisivo degli schianti. “Parola scenica” anche dello strumentale, insomma: e dunque, direzione gloriosamente, memorabilmente verdiana, che apre come meglio non si potrebbe l’ottima stagione veneziana.

Elvio Giudici

 

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234 - Novembre 2018
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