Mozart – Die Zauberflöte

È solo il sogno dei 3 bambini, protagonisti un soldatino e una ballerina. Ma poi la regia si perde
interpreti M. Goerne, M. Peter, C. Karg, A. Plachetka, E. Posman, Wiener Sängerknaben
direttore Costantinos Carydis
regia Lydia Steier
teatro Grosses Festspielhaus

 

SALZBURG – C’è qualcosa che non va in un Flauto magico se i tre genietti vincono la gara degli applausi? È successo a Salisburgo alla fine di una recita dell’opera mozartiana sanzionata da pochi ma sonori “buu” prima dei battimani di rito. Sì, è vero, la regia di Lydia Steier ne fa i protagonisti del Singspiel: il racconto che si svolge sotto i nostri occhi è frutto della loro immaginazione. E tuttavia la sensazione di un’occasione sprecata resta. Tanto più che la star della serata, quel Matthias Goerne che è capolista in locandina nella parte di Sarastro, non è quasi intercettato dalle antenne dell’applausometro. E che la Regina della Notte si porta a casa la recita solo perché Emma Posman ha sostituito Albina Shagimuratova all’ultimo momento passando senza preavviso dallo Young Program del Festival (per il quale cantava l’Astrifiammante nella versione Kinder del titolo) al palcoscenico salisburghese massimo, tenendo il pubblico col fiato sospeso e scatenando entusiasmi di solidarietà. Ma, insomma, possibile che a casa Mozart per Die Zauberflöte non si possa trovare un cast migliore? Affidare Sarastro a Goerne nell’intento di dare una connotazione “liederistica” ai suoi sermoni più che un azzardo è un errore: il baritono le note da basso profondo proprio non le ha. E la difficoltà di raggiungerle inibisce il tentativo di cercare un canto più sfumato e fraseggiato. A un Tamino di Mauro Peter piuttosto anonimo, si affiancava il Papageno di Adam Plachetka (un divo in Austria: sopravvalutato) privo di vis comica, così come il Monostatos di Michael Porter. Solo la Pamina di Christiane Karg risultava sopra la media: con un’aria tragica intensa ma trattenuta. Distillata dal pudore.

Poteva essere comunque una buona idea quella di promuovere lo sguardo infantile dei Drei Knaben a punto di vista da cui osservare la vicenda. Bergman docet. E loro, dei mitici Sängerknaben viennesi, sono bravissimi a entrare dentro la storia. L’incipit visivo di Lydia Steier è in una grande casa della borghesia europea tra Otto e Novecento dove – nel corso dell’Ouverture – tre adolescenti pestiferi sono attesi a tavola, tra gli strepiti della madre e la benevolenza del padre (La Regina e Sarastro?). È il mondo di Fanny e Alexander. C’è perfino il nonno che seduto in poltrona legge storie da un grande libro delle favole: Klaus Maria Brandauer, narratore di lusso, condensa didascalie (riscritte) e dialoghi (che pure non vengono del tutto espunti) recitando talvolta sulla musica, spostando l’asse del Singspiel verso il Melodram. Il resto si può immaginare: la fantasia si scatena con l’irruzione domestica di getti di fuoco provenienti dalla bocca del drago, e dalla finestra scavalca dentro pure Tamino soldatino di piombo; mentre le tre Dame alla Mary Poppins sono le governanti di giorno e l’uccellatore è il cuoco di casa che ha appena tirato il collo a qualche volatile da buttare in pentola. Realtà e fantasia si mescolano come nel fumetto primo Novecento Little Nemo in Slumberland, che la Steier cita letteralmente anche nella descrizione del circo meccanico popolato da inquieta(n)ti clown ed eccentriche creature antropomorfe, governato da Sarastro (scene di Katharina Schlipf, costumi – brutti – di Ursula Kudrna). La regia centra la cifra fantastica dell’opera. Ma poi, quando svolta verso l’impegnato, si perde. Sarastro impresario del circo che si trasforma nel sindacalista di nani e ballerine, con tanto di propaganda su Isis ed Osiris divinità in fogge “sovietiche”? Un pasticcio. E le prove iniziatiche risolte con la proiezione di filmati d’epoca tra prima guerra mondiale e rivoluzione? Un rattoppo.
Invece i Wiener convincono. Non deve essere facile piegare la gloriosa compagine cresciuta col mito dei Mozart di Karajan, Böhm e Muti a una grammatica autenticamente settecentesca. Dopo Harnoncourt l’unico a riuscirci finora è Costantinos Carydis. Tempi continuamente cangianti modellati sulla parola, articolazioni trasparenti e vibranti, squilli di ottoni intonatissimi e crepitanti e un continuo tra cembalo e fortepiano che varia, improvvisa, orna anche sull’orchestra: col suo Flauto non ci si annoia mai.
Andrea Estero

 

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