Ciaikovskij – Pikovaja Dama

Questa Russia degli zar è meccanica e disumana. Grande prova di Jansons che "riscopre" l'opera
interpreti B. Jovanovich, E. Muraveva, I. Golovatenko, H. Schwarz, O. Volkova, V. Sulimsky
direttore Mariss Jansons
orchestra Wiener Philharmoniker
coro Wiener Staatsoper
voci bianche Salzburger Festspiele und Theater Kinderchor
regia Hans Neuenfels
teatro Grosses Festspielhaus

 

SALZBURG – La seconda giornata di chi scrive al Festival di Salisburgo inizia con il più bell’incipit di Così parlò Zarathustra mai sentito. Lo scolpiscono i Wiener Philharmoniker guidati da Esa-Pekka Salonen: il primordiale pedale sonoro è qui un magma grumoso alla Varèse e la tensione di quella sigla folgorante cresce sulle pause tra un accordo e l’altro, sempre più lunghe e gravide, creando un arco di esplosioni insostenibile. È insomma la giornata dei grandi e grandissimi direttori: Salonen, appunto (aggiornate le vostre classifiche), e Mariss Jansons protagonista della nuova produzione della Dama, o meglio Donna, di picche presentata anch’essa alla Grosses Festspielhaus. Jansons la dirige di nuovo a qualche anno dalle esecuzioni realizzate all’opera di Amsterdam con le quali aveva concluso il suo rapporto stabile con il Concertgebouw. Ma lì il risultato era compromesso da un allestimento demenziale di Stefan Herheim basato sulla ossessione omoerotica e autodistruttiva di Ciaikvoskij – che appariva in scena come caricatura di se stesso – per l’aitante Hermann del romanzo di Puskin. Invece l’anziano Hans Neuenfels, portabandiera del Regietheater alla tedesca nella sua versione più ortodossa, dimostra in questa prova salisburghese di avere idee molto più chiare e plausibili del suo giovane collega.
Neuenfels coglie e sbalza il profilo radicale del personaggio: eroe novecentesco per la sua irriducibilità visionaria e ribelle. Altro che psicolabile: questo Hermann è lucido nella sua consapevole diversità dal mondo che lo circonda. Neuenfels è acuto nel disegnare – senza veli, col suo linguaggio violentemente sarcastico – una società, quella zarista, decaduta e quasi perversa nel perpetuare i suoi meccanici e disumani riti sociali. Il “Konzept” sembra datato ma funziona benissimo. Anche perché coincide – musicalmente – con il folklorico, il popolare, il marziale, l’infantile: con quella polarità che in Ciaikovskij presenta le caratteristiche della simmetria, della ripetitività, della “banalità”, rispetto ai meravigliosi e accidentati percorsi orchestrali che animano i tumultuosi sentimenti di Hermann e Lisa. Due esempi: il coro inziale dove i bambini escono dalle gabbie in cui sono rinchiusi e cantano tenuti al guinzaglio dalle governanti; e l’apparizione di Caterina II come idolo scheletrico, di fronte alla folla delirante in fogge sadomaso. Gesti automatici e inconsulti (non sempre insieme, però), e costumi neri, soffocanti o perversamente discinti (di Reinhard von der Tannen), contraddistinguono la società addomesticata. Hermann, nella sua uniforme rosso fuoco, non ne fa parte. Vaga e divaga, sogna e si prostra, negli ambienti svuotati di Christian Schmidt, simili a una gigantesca camera d’isolamento psichiatrico. E d’altra parte La Dama di Picche è la rappresentazione di una pazzia: Neuenfels la giustifica, ne spiega le ragioni “sociali”; ma riesce nello stesso tempo a proiettarne gli effetti nelle forme di una realtà grottescamente deformata. Al punto che la finzione della pantomima, per la naturale scioltezza con cui è messa in scena, diventa l’unico spezzone di vita autenticamente vissuta, per questo più toccante e vera.
Jansons reagisce a questa materia rovesciando il paradigma della sua precedente lettura, che partiva proprio dai settecentismi del secondo atto per estendere all’intera partitura quella sensibilità classica e mozartiana che informa una parte consistente dell’ultimo Ciaikovskij. E stavolta chiede ai Wiener una “presenza” sinfonica inconsueta. Nel peso conferito alle pronunce tematiche degli archi, di patetismo straziante. E nella grana grossa e urticante dell’emersione timbrica di fiati e ottoni, dai colori affilati e dalla temperie già fauve. È un Ciaikovskij senza compromessi stilizzanti: più russo dei cosiddetti russi. Che si giova di un cast senza fuoriclasse ma notevole per rispondenza e tenuta complessiva. A partire dall’intenso Hermann di Brandon Jovanovich e dallo straordinario Jelezki di Igor Golovatenko, principe illuminato e vocalmente elegantissimo. Le grandi prove vocali di Lisa sono nobilitate dal canto ipersensibile di Evgenia Muraveva (da brivido quel suo annullarsi finale cancellando la sua ombra), che ha come controparte quello sgraziato e imperfetto della Polina di Oksana Volkova. Parti di fianco buone e menzione speciale per la Contessa di Hanna Schwarz (fu la Fricka e la Erda di Boulez e Chéreau), autrice di un’aria sillabata sottovoce come dall’oltretomba. Nel bianco accecante della sua camera da letto, in totale contrappunto cromatico, muore calva nel tentativo disperato di abbracciare e sedurre Hermann: ultimo, enigmatico, sussulto di umanità.
Andrea Estero

 

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233 - Ottobre 2018
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