Schubert Winterreise

tenore Mark Padmore 
pianista Kristian Bezuidenhout
cd Harmonia Mundi HMU907404
prezzo 20,20

 

 

Nella sterminata discografia del più famoso tra i cicli liederistici, di gran lunga preminente è la voce baritonale, quando addirittura non d’un basso (torreggiano, tra quest’ultime, le due versioni di Hans Hotter): ma non è male ricordare che Schubert l’ha notata in chiave di tenore, quella della sua stessa voce. Poche, le incisioni tenorili: accanto al loro vertice raggiunto dalla coppia Peter Schreier-Sviatoslav Richter, personalmente riascolto spesso la voce tanto brutta ma tantissimo espressiva di Peter Pears accompagnata sovranamente da Benjamin Britten. Tutte, comunque, incisioni col pianoforte. Fu Andreas Staier, grande fortepianista, che accompagnando la voce filiforme del tenore Christoph Prégardien fece scoprire vent’anni fa quante possibilità espressive potessero emergere da un approccio radicalmente diverso.
Padmore aveva già inciso la Winterreise – sempre per la Harmonia Mundi – col gran coda di Paul Lewis: bella interpretazione, quantunque un filo generica nel suo programmatico escludere ogni vibrato per accentuare il senso di desolata fissità tragica. Tutt’altra cosa qui.
La scolpitura di dizione s’è fatta ancora più accentuata nell’incisività con cui Padmore fa schioccare le consonanti, così come il timbro pare ancor più chiaro (sempre evidente, specie in area anglosassone, quando una voce si forma cantando nel coro delle chiese): ma – in spettacolosa simbiosi col fortepiano, allo stesso tempo causa ed effetto – la gamma coloristica è tutta un chiaroscuro d’infinite ma mai troppo sottolineate nuance, che rendono a meraviglia il più autentico significato espressivo del ciclo. Quello cioè d’un viaggio non nella natura desolata da descrivere nei suoi paesaggi e nei suoi oggetti reali o fantastici, bensì d’un percorso tutto interiore, dove gli incontri sono con grovigli psicologici quando non proprio psicotici, avvitando una tensione di tanto più avvinghiante in quanto creata molto più col sussurro che col declamato d’effetto. Così, il tiglio sprigiona un profumo da droga allucinogena; la cornacchia sembra guardarti col diabolico occhio del corvo di Poe; il cartello indicatore non indica nulla perché siamo nel nulla; i fuochi fatui sono lampi ghiacciati d’alienazione; il conclusivo Leiermann è una marcia funebre dove la così vulnerabile fragilità della mente si spezza, voce e fortepiano facendo risuonare il tremendo “dreh’n?” finale in un vuoto nient’affatto cosmico bensì privato, raggrumato entro una psiche distrutta. Grande interpretazione.
Elvio Giudici

 

 

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233 - Ottobre 2018
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