Mozart – La Clemenza di Tito – Festival di Salisburgo

La produzione di punta con Currentzis è infarcita di pezzi estranei all'opera. Ma l'esecuzione è toccante

SALISBURGO – Avviso ai naviganti del mondo dell’opera: preparatevi a Barbieri di Siviglia con inserti dei Péchés de vieillesse o a Lucie intinte nell’inchiostro dei quartetti donizettiani. Perché pare che la velocità di composizione, se acclarata, autorizzi gli interpreti a rimediare alla fretta degli autori. Jordi Savall aveva appena dato per moribonda la musica classica, perché gli esecutori non sono abbastanza creativi, che arriva la cura di Teodor Currentzis e Peter Sellars. La loro Clemenza di Tito per il Festival di Salisburgo Clemenza di Tito non è.
Composta in pochi giorni, l’opera è da costoro reputata imperfetta, quindi modificabile. Via ovviamente molti recitativi secchi (composti da Süssmayr, dunque “noiosi”); ridotti pure quelli accompagnati; tagliato il terzetto capitale del secondo atto. Si fa spazio a brani tratti dalla Messa K 427 (Benedictus, Laudamus Te, Kyrie, Qui tollis peccata mundi), all’Adagio e fuga K 546, alla Musica funebre massonica K 477 (per la cronaca tutti in do minore): mezz’ora di musica che con la Clemenza non c’entra nulla. Non è solo una questione normativa, di astratta filologia, a lasciare interdetti. Ma soprattutto la quantità e qualità di inserzioni. Tagliare il grande recitativo accompagnato di Tito nel secondo atto, e privarlo del successivo terzetto con Sesto e Publio, significa spegnere la dialettica interiore dell’Imperatore, il suo rovello sulla necessità del perdono. Dare la “clemenza” per scontata. E questo fa il paio con un progetto registico di Sellars dove Tito è l’alter ego di Nelson Mandela, ovvero l’unico presidente che ha portato al governo chi ha attentato alla sua stessa vita: il “concetto” (della riconciliazione) divora il personaggio. Non per niente ai recitativi vengono preferiti per lo più brani liturgici e cerimoniali. Sellars da ultimo ama mettere in scena oratori e Passioni. Anche qui alla drammatizzazione preferisce la commiserazione.

Per il resto, com’è eseguita, allestita, interpretata questa (non) Clemenza? Benissimo. Currentzis scardina le convenzioni dell’opera seria metastasiana. C’è ancora qualcuno che crede nella volontà mozartiana di restaurarle? Si spera di no: il suo progetto era di riforma radicale. Il direttore greco – molto atteso, con Sellars, come porta bandiera della nuova Salisburgo erede della stagione di Mortier, e alla fine applauditissimo – sospende l’idea di un tactus, di una pulsazione, unica, costante. E modella lo scorrere del tempo sulla parola-scena. Nella stupenda ouverture, eseguita con lo strumentale nutrito e crepitante, irreprensibile, di MusicaAeterna; nelle arie, nei pezzi d’insieme, nei cori palpitanti affidati all’ensemble vocale della sua Opera di Perm. Rallentamenti estatici, compulsive fughe in avanti, pause tutte interiori spiazzano il discorso musicale inseguendo verità affettivo-rappresentative toccanti. In questo Mozart manca la misura, ma non l’umanità. E la stessa cosa potrebbe dirsi della capacità di Sellars di tradurla nello spazio. Si ricordano l’aria di Sesto “Parto, Parto”, dialogizzata sulla scena col corpo a corpo tra voce e clarinetto, emotivamente dilaniante; il Campidoglio con la folla raccolta in preghiera dopo l’attentato a Tito, pronto a riempirsi – come insegna il presente – di candele e fiori: quegli stessi che non a caso Vitellia strapperà al culmine di “Non più fiori”; e l’ingresso di Tito sul lettino di rianimazione, capo di stato morente eppure ostinato nella ricerca della pace sociale. Meno limpida la riduzione di Sesto in forein fighter bianco in un mondo di neri (con la inevitabile modifica dei “traditori” in “terroristi”), laddove sono al contrario noti i suoi dilemmi tra lealtà e amore. Ed è forse proprio il tema sudafricano, con i romani tradotti giocoforza in afroamericani, che consegna un cast disuguale: a partire dal Tito intenso ma scomposto di Russel Thomas, per proseguire con le voci più educate ma pigolanti di Golda Schulz (Vitellia) e Jeanine De Bique (Annio) e finire col ruvido basso giamaicano Willard White (Publio): magnetico generale “realista”, temporaneamente prestato a Mozart. Nella minoranza bianca accolta dal clan Mandela, la Servilia di Christina Gansch, corretta, non seduce tanto quanto Marianne Crebassa, Sesto ammirevole per emissione e indimenticabile per peso espressivo, anche se indecifrabile. Ma si sa che a Salisburgo l’italiano di Mozart è solo un dettaglio…
Andrea Estero

 

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