Verdi – Macbeth

Riccardo Muti torna a Firenze a 50 anni dal debutto. Senza scendere a patti con la visualità

FIRENZE – Dodici minuti di applausi hanno salutato l’ultima manifestazione dell’81° Maggio Fiorentino: un trionfo per il Macbeth con cui la città dell’Arno ha celebrato i 50 anni del suo rapporto con Riccardo Muti, da quel 1967 in cui orchestra e coro si affidarono pieni di fiducia a quel giovane e quasi sconosciuto direttore d’orchestra, che proprio da Firenze avrebbe preso il volo verso i riconoscimenti più prestigiosi nei quattro angoli del mondo. E nessun titolo meglio della fiorentina opera verdiana poteva essere scelto per solennizzare questa commovente ricorrenza; appunto con una partitura su cui Muti è ritornato in più edizioni, ogni volta integrando e affinando le precedenti interpretazioni. E questa, in forma di concerto, è sembrata dare alla lettura mutiana una libertà totale, svincolata dal compromesso con una visualità registica magari non sempre in sintonia con le scelte musicali del maestro. Quello che ancora una volta, e forse più di sempre, è emerso in questo Macbeth è stata la compattezza drammatica della narrazione, il vigore trascinante evidenziato in una partitura oscura, violenta e dolente in cui non c’è spazio per il tema d’amore ma solo per il delitto, a cui però Muti ha aggiunto una sottigliezza squisita, quasi analitica, nell’evidenziare non sole le trascinanti bellezze melodiche ma i più sotterranei effetti timbrici, nel sottolineare verdianamente la “parola scenica” anche negli straordinari interventi delle masse corali, nel giocare con preziosità nell’alternanza dei tempi e dei volumi sonori.

Una partecipazione vitalissima, quella di Muti, che ha riportato il giovanile capolavoro verdiano all’originale di Shakespeare, con punte esecutive di trascinante bellezza, come i concertati del I e II atto, il coro “Patria oppressa”, sommesso, avvolto quasi in una morbida nebbia e il trionfale finale dell’opera, e tutti gli interventi solistici, tra i quali, come nella tragedia, Muti ha fatto emergere il protagonista, chiedendo a Luca Salsi, autentico baritono verdiano dalla dizione impeccabile, un continuo trascolorare di volumi e accenti sonori, di vigore, di dolore e di toni malinconici, che ha dato di Macbeth un’immagine quasi angosciata, vittima di un destino forse più grande della sua natura. Il cast vedeva uno splendente Francesco Meli nel ruolo di Macduff e un nobilissimo Riccardo Zanellato come Banco; nel ruolo della Lady Vittoria Yeo è riuscita a tratteggiare un personaggio sicuro e incisivo, anche se non propriamente tragico, nonostante la sicurezza della vocalità (compreso il virtuosismo nella scena del brindisi), l’omogeneità dei registri, la bella dizione: il suono di corpo un po’ sottile ha spostato il ritratto della terribile donna verso un qualcosa di gelido e tagliente. Pure, la Yeo ha convinto la platea, che ha accolto con una standing ovation tutto il cast, le splendide masse corali e orchestrali guidate magistralmente da un Muti che ha salutato con un intervento festoso “fuori programma” la “sua” Firenze .
Cesare Orselli

 

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233 - Ottobre 2018
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