Verdi – Tre atti (Simone, Aida, Otello)

One man show di Francesco Meli. Tre opere, tre atti, tre allestimenti
Verdi
Simon Boccanegra atto II
Aida atto III
Otello atto IV
interpreti F.Meli, S.Gamberoni, V.Yeo, K.Manolov, M.Denti, M.Patti
direttore Michele Gamba
orchestra Arturo Toscanini
regia Federico Bertolani
teatro Municipale

PIACENZA – Sempre felice perché propositiva controcorrente, il Municipale di Piacenza sotto la gestione artistica di Cristina Ferrari. Del tutto insolita difatti, e mutuata da un’antica usanza varata dal Metropolitan di New York, proporre in una serata l’esecuzione scenica non di un titolo bensì di tre, individuando in ciascuno dei quali un atto quale non tanto cifra riassuntiva del titolo stesso, bensì quale veicolo per proporne una visione interpretativa di uno o due interpreti. Nel presente caso, s’è trattato d’una vetrina privilegiata per il tenore Francesco Meli, amato ovunque ma amatissimo in quella terra che s’è adusi chiamar “verdiana” (e al proposito, Piacenza e Parma si contendono da sempre tale titolo). Dal che scende come Meli si proponga quale “voce verdiana”. E qui si aprono le cateratte.
Cos’è, difatti, come ha da essere, che caratteristiche deve imperativamente avere, tale araba fenice che tutti impiegano ma sul cui significato ci si accapiglia a sangue da sempre? Il loggione parmigiano e i molti parmensi convenutivi dalla sua provincia, storicamente non hanno mai avuto dubbi: deve avere “la canna”. Verdi, il loro Verdi idolatrato (e si sa quanto si possa uccidere per troppo amore), aveva viceversa idee non solo diverse, ma per lo più opposte: e il suo epistolario è tutto là a dimostrarlo, ove si avesse la pazienza di leggerlo tutto e si evitasse di estrapolare una o due frasi per fargli dire il contrario. “La voce” in quanto tale, non l’ha mai – dico mai – interessato, cosa d’altronde logica trattandosi d’uno dei massimi geni del teatro musicale teatralmente e non solo musicalmente inteso. Quel che gli premeva – e che pretendeva nelle sue dettagliatissime e spesso trancianti esortazioni – era l’artista. Che per lui significava esecutore capace di creare un personaggio anziché allestire una vetrina per pregiata mercanzia vocale, quella su cui s’è precipuamente costruita la famigerata “tradizione esecutiva”, dannata camicia di forza del teatro verdiano. E dunque colui o colei che con timbro, spessore ed estensione non importa quali, nel cantare interpreti: la famosa, famigerata, sempre tirata in ballo ma solo di rado perseguita, “parola scenica”, ovvero la parola “che rende netta ed evidente la situazione”.
E allora: Meli è una voce verdiana? Sì.
Lo stupendo, luminosissimo colore timbrico è la ciliegina sulla torta di un’emissione tutta sul fiato quindi morbida, scorrevole, omogenea, duttile nel variare dinamica e spessore: ma poi, a contare è cosa si fa di questo pregiatissimo materiale. Meli lo indirizza al rispetto scrupoloso di tutte le prescrizioni della partitura; al lavoro certosino sulla frase, sulla parola, sul singolo suo dittongo addirittura; riassumendo poi tale lavoro in un arco vocale compatto che dà l’impressione (fallace nella sostanza, indispensabile nella percezione) di un’assoluta spontaneità, riuscendo pertanto d’immediata comunicativa.
Stupenda la grande aria di Adorno, seguita da un duetto con Amelia di lancinante pateticità e da un avvio al terzetto d’intensissima commozione. Strepitosi i chiaroscuri del duetto del Nilo con Aida. Attesissimo, l’atto finale di Otello l’ha cantato provvedendo a non inchiostrare mai il timbro mantenendolo invece chiaro nel colore e duttilissimo nella dinamica pur nell’austera tragicità dell’accento. Otello non è solo l’ultimo atto, sappiamo: ma è comunque un gran biglietto da visita.
Attorno al protagonista, ha benissimo figurato Serena Gamberoni: ottima Amelia (i due pestiferi do del terzetto hanno squillato a dovere) e Desdemona solo un filo a disagio in un paio di passaggi in pianissimo ad alta quota ma fraseggiata in modo magnifico, con una tavolozza d’accenti che ha schivato ogni sia pur minima caduta sia nell’oca giuliva sia nella sussiegosa matrona, plasmando invece figura volitiva e a parer mio centratissima. Assai meno bene Vittoria Yeo, Aida parecchio dura e aguzza; volonteroso ma assai generico Kiril Manolov come Simone e Amonasro. Michele Gamba ha diretto benissimo Otello, bene  Simone, maluccio Aida.
Elvio Giudici

 

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