Delibes – Lakmé

interpreti E. Matthews, A. Di Toro, S. Bennett, D. Matthews, L. Gabbedy
direttore Emmanuel Joel-Hornak
orchestra Australian Opera
regia Roger Hodgman
regia video Cameron Kirkpatrick
formato 16:9
sottotitoli It., Ing., Fr., Ted., Sp.
dvd Opera Australia 56020

delibre-lakme

Spesso, un’aria superfamosa nuoce anziché giovare alle fortune dell’opera in cui è incastonata. È senz’altro il caso della cosiddetta “air des clochettes”, aria delle campanelle, della Lakmé: ricettacolo d’ogni più diabolico virtuosismo concepibile in un ambiente come quello parigino che, avendo pienamente assimilato Rossini, era potuta andare oltre spingendosi ad autentici deliri di staccati, mordenti, trilli liquidi e di forza, picchiettati, effetti d’eco, sovracuti portati fino a un fantasmatico sol. Sicché, appannaggio prezioso degli usignoletti del tipo Lily Pons – che riuscì a imporre l’opera al Met per diverse stagioni – o Mado Robin, le ragioni espressive che tale ambaradan gustificavano (l’essere quest’aria una trappola, un incantesimo sonoro che l’astuto Nilakantha tende all’ignoto amante della figlia – che lo sa – affinché egli si scopra) finirono con lo svanire, al pari della snervata sensualità espressa da musiche che del decadentismo francese fine secolo sono figlie dilette. Si poterono intuire, quest’ultime, nel canto raffinatissimo e liricissimo di Joan Sutherland: ma si colsero appieno allorché Nathalie Dessay s’impossessò del ruolo per un pugno d’anni e di recite, rendendolo tutt’altro dalla pupattolina esotica tutta sovracuti e porcellana fragile, bensì innervandolo di sensualità febbricitante, quella che si avverte con l’ansia e la paura d’una femminilità insoddisfatta chiusa dietro le sbarre d’una prigione esistenziale pronuba di nevrotica impotenza.
Emma Matthews, che ha cominciato la propria carriera proprio accanto alla Sutherland e con la guida del di lei consorte Bonynge, della Dessay ha poco. Sicché la sua Lakmé è assai più prossima alla compassata, melanconica dama vittoriana in gita tutto compreso nelle provincie indiane: molto ben cantata, espressiva quanto basta per non tediare ma non abbastanza per tirar fuori da una pagina come “C’est le Dieu de la jeunesse” tutta quell’esultanza rapinosa ma anche sottilmente, decadentissimamente dolorosa con cui la Dessay dava tutt’altro senso a una melodia che qui resta solo una gran bella melodia cantata piuttosto bene da una gran bella donna agghindata di tutto punto  al centro d’una vetrina scintillante ispirata molto più all’operetta di Gilbert & Sullivan che, poniamo a quel sublime ancorché misconosciuto capolavoro di Fritz Lang che è Il sepolcro indiano cui non per caso guardava invece con cognizione di causa la Dessay.
Purtroppo, oltre all’assenza d’ogni connotazione teatrale diversa dall’illustrazione a fumetti, questo è uno dei tipici “one woman show”. Aldo Di Toro ha voce ingrata (brutta timbricamente, mal emessa, corta sia su sia giù), e certo il fisico un po’ bolso e comunque troppo agé non lo aiuta; quanto a fascino della divisa, meglio avrebbe figurato Luke Gabbedy, che presta una delicata ma garbata voce baritonale al compagno d’armi Frédéric; sgolato e forzatissimo, Stephen Bennett non fa certo comprendere perché “Lakmé, ton doux regarde” fosse uno dei maggiori cavalli di battaglia di gente come Marcel Journet o Ezio Pinza. Illustrativa, didascalica, noiosetta la direzione, peraltro suonata piuttosto bene dall’ottima orchestra australiana.
Elvio Giudici

 

 

 

 

 

 


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