Faccio Amleto

interpreti P. Cernoch, C. Sgura, I.M. Dan, D. Kaiser, E. Tsanga, P. Schweinester
direttore Paolo Carignani
orchestra Wiener Symphoniker
regia Olivier Tambosi
regia video Felix Breisach
sottotitoli It, Ing, Ted, Fr, Cor
2 dvd C Major 740608
prezzo 33,20

 

“Essere o non essere?”: è la domanda che sorge spontanea davanti a quest’opera sparita, e per giunta non a causa d’una delle classiche mutazioni di gusto che gettano nella polvere del dimenticatoio quanto l’epoca precedente aveva posto sugli altari, bensì sparita all’indomani stesso del suo nascere. E quindi: c’è oppure no una ragione valida per rimetterla in scena? Per quel che vale, a me pare di sì.
Franco Faccio, assieme al suo amico fraterno e librettista Arrigo Boito, fu figura di punta degli Scapigliati milanesi, i grandi contestatori musico-letterari del secondo Ottocento che mescolavano in parti disuguali talento – solo talento, non genio – e sregolatezza (che li portò quasi tutti a fine triste, tra alcool droghe e suicidi) riuscendo comunque a far soffiare aria nuova nel placido panorama culturale massoborghese dell’epoca. Dopo un interlocutorio Profughi fiamminghi, questa seconda opera di Faccio cadde malamente alla Scala, pare soprattutto per una disastrosa prova del tenore reso quasi afono da una bronchite: da compositore promettente, Faccio lasciò allora definitivamente la composizione in favore della direzione d’orchestra, in tale veste riscuotendo un consenso unanime sancito dall’essere stato scelto da Verdi come responsabile del battesimo italiano di Aida prima, e di Otello poi.
Il programmatico tentativo di percorrere vie diverse dalla codificata forma melodrammatica scandita dai pezzi chiusi riesce in gran parte, quantunque ovviamente non in maniera radicale. Declamata quasi tutta la parte di Amleto. Irregolare, contorta (molto vi contribuiscono gli attorcinati versi tipicamente scapigliati di Boito, del tipo “ed all’arsiccio gorgozzule bramoso una felice innaffiata”; ma qui si capisce meglio quanto i versi boitiani stesi per Otello siano di per sé poca cosa, capaci di diventare cosa grandissima allorché cavalchino le ali immense della musica verdiana. Qui, Verdi non c’è. E si sente parecchio: purtuttavia, volo più basso non significa automaticamente zampettare rasoterra), ma capace di delineare piuttosto bene una tormentosa evoluzione psicologica, che trova diversi momenti davvero riusciti. Il duetto con Ofelia, ad esempio, in cui Amleto contrappone il proprio scabro declamato al pronunciato lirismo di lei, cui d’altronde s’informa l’intera parte. La scena con la madre, anche: in cui i successivi momenti dell’assassinio di Polonio e dell’apparizione dello spettro s’intersecano con le folate intensamente melodiche di Gertrude anch’esse contrapposte agli scatti nevrotici di Amleto, plasmando un momento teatrale riuscitissimo. Alquanto suggestiva anche la scena del cimitero, che Boito riassume con notevole abilità di trama (ancorché con nulla aderenza all’ironia corrosiva shakespeariana, ridotta a un pratico “Oggi a me, domani a te”) e Faccio musica riuscendo a rendere in suoni – in ispecie quelli strumentali – quella sfatta atmosfera crepuscolare che gli Scapigliati credevano fosse di cinica irrisione ed era invece malinconica impotenza. Il contrasto nuovo-antico è poi reso particolarmente evidente nella grande scena della recita, condotta questa su moduli tipicamente primottocenteschi e in cui le sciabolate di petroso declamato d’Amleto formano una sorta di contrappunto assai originale cui ancora una volta dà contributo di rilievo la versificazione di Boito (“non la si scappola, il sorcio è il re” non è ad esempio verso alato, ma in questo contesto “antichizzato” funziona bene).
Sbozzati con felice resa di teatro in musica sono i personaggi che ruotano attorno al protagonista. Claudio, con una scrittura marcatamente diatonica solcata però da accentuati brividi cromatici: la preghiera del terz’atto, soprattutto, preceduta da un’introduzione strumentale veramente bella; un po’ più andante una delle consuete scene brinderecce che paiono d’obbligo nel melodramma, e che qui Boito tenta vanamente di riscattare con cincischi poetici del tipo “e qual t’ange rancure che t’arruga la fronte pensosa”. Ofelia, liricissima e di dolente pateticità, il cui mortale vaneggiare – introdotto dall’inevitabile flauto – scansa felicemente ogni coccodeggiante virtuosismo à la Thomas. Gertrude, anche, quella più prossima a una cantabilità paraverdiana nella grande aria “Io rea, io rea” che forse proprio perché lontanissima da Shakespeare suggerisce a Faccio un personaggio di robusta caratura melodrammatica.
L’orchestra, comunque, è la vera protagonista di tutto il lavoro: Carignani ne rende con abilità il robusto spessore sinfonico che s’innerva nelle molte introduzioni alle diverse scene (particolarmente riuscita la pittura naturalista che avvìa l’ultima sezione del terz’atto), punteggiando molto bene gli ampi squarci di declamato melodico – più o meno melodico, direi – cui fornisce efficace contrappunto. Cernoch ha dizione italiana discreta quantunque un po’ nebulosa nel dare alle consonanti il loro giusto valore: voce robusta (si bemolle e la acuti a pioggia, resi quasi di discorsiva facilità), presenza scenica notevole, fraseggio molto curato – il celebre monologo, alquanto svilito in un ansare poetico dove brillano cose del tipo “le angoscie  sic – di quest’egra e lercia eredità di carne”, viene in gran parte riscattato sia dai begli interventi del violoncello solista, sia dagli accenti trovati dal tenore. Molto brava Iulia Maria Dan nel reggere le impegnative richieste della parte di Ofelia (comprensive d’un do acuto niente facile, ma risolto con onore), e ancor meglio Dshamilja Kaiser quale Gertrude. Grande prova quella di Claudio Sgura, imponente di fisico e di voce ma capace di chiaroscuri espressivi veramente notevoli.
Lo spettacolo di Tambosi ha soprattutto il merito d’essere estremamente lineare e chiaro nei rapporti tra i personaggi. La lacca nera che riveste il palcoscenico è vista e stravista, ma in alcuni punti serve egregiamente allo scopo: come nell’apparizione dello Spettro (molto bene la scura voce di basso di Gianluca Buratto) che, nel suo silhouettarsi nero e con bizzarro copricapo su sfondo bianchissimo, fa un po’ tanto Dart Fener di Star Wars però riesce epidermicamente suggestiva. Simbolismo alquanto andante nel gioco cromatico dei costumi (ovvio il nero amletico e gli squillanti toni floreali di Ofelia; un po’ meno condivisibili quelli dei cortigiani, assimilati ai ghirigori delle carte che attorniano la Regina di cuori di Alice e con grandi occhi disegnati sopra – la corte che tutto osserva e spia?), ma un discreto impiego dello spazio in una narrazione sempre chiara e di forte presa.
Elvio Giudici

 

 

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225 - Febbraio 2018
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