Elgar The Dream of Gerontius

Una solennità che vola leggera senza arroccarsi al magistero polifonico
mezzosoprano Catherine Wyn-Rogers
tenore Andrew Staples
baritono Thomas Hampson
coro Staatsopernchor Berlin e RIAS Kammerchor
orchestra Staatskapelle Berlin
direttore Daniel Barenboim
2 cd Decca 483 1585
prezzo 21,30

 

La tradizione corale degli Oratori di Händel, Haydn o Mendelssohn, il sinfonismo tardo romantico di Bruckner e Mahler, la vocalità degli operisti soprattutto francesi di fine Ottocento e il wagneriano Parsifal, che nel 1892 l’autore aveva ascoltato alla leggendaria prima assoluta di Bayreuth, rimanendone potentemente segnato: questi ingredienti formali e stilistici trovano il modo di convivere felicemente nel Sogno di Geronzio, mirabile Oratorio di Edward Elgar che lo compose nel 1899-900 su un poema del cardinale cattolico John Henry Newman. Ma l’aspetto forse più singolare di questa stupenda composizione profana di argomento religioso (non v’è alcun passo biblico nel testo) è che la sua sostanza musicale, per quanto influenzata da tradizioni continentali (fu anche definita un “Parsifal inglese”), vanta una originalità e una identità così marcate che, superate le iniziali ostilità della chiesa anglicana che ne compromisero i primi passi, venne presto riconosciuta come la prima cosa autenticamente e profondamente inglese dai tempi di Purcell e prese a circolare come merita, purtroppo limitatamente ai paesi britannici e, complice l’ammirazione manifestata a più riprese da Richard Strauss, alla Germania.
Di tutto ciò occorre tenere conto quando se ne ascolta una nuova rilettura interpretativa, a maggior ragione se questa ultima è prodotta, come raramente è accaduto in passato, al di fuori dei confini britannici. A cimentarvisi è Daniel Barenboim, che da sempre è convinto apostolo del verbo elgariano ma che in questi ultimi anni vi si è dedicato con ancor maggiore convinzione, incidendo con la Staatskapelle le due monumentali Sinfonie e il Concerto per violoncello: prime tappe di un articolato (o integrale?, lo si spera) percorso discografico entro quella consistente fetta del catalogo del musicista britannico che prevede la presenza di un’orchestra sinfonica.
Bene. Questa edizione del capolavoro sinfonico-corale di Elgar è meravigliosa per diverse ragioni, la prima delle quali si rintraccia appunto nell’attitudine del direttore israelo-argentino di porre l’accento su quelle originalità e identità cui si faceva cenno sopra. Il passo ieratico eppur luminoso, una solennità che vola leggera senza arroccarsi al magistero polifonico che pure la anima, la profondità dell’eloquio ottenuta attraverso un fraseggiare agile e placido, mai nervoso: ciò rende l’esecuzione di Barenboim del tutto estranea all’interpretazione del Sogno elgariano come “Parsifal inglese”. È un Sogno sognato in inglese! Cori e orchestra di questa registrazione sono tedeschi ma le scene cerimoniali del Parsifal sono lontane anni luce. E indicativa di tale direzione interpretativa è anche la scelta dei solisti. Il tenore Andrew Staples vanta quella vocalità pulita e squillante, un po’ alla Bostridge per intendersi, che tutto è fuorché “eroica”. Ferma e luminosa è anche la vocalità mezzosopranile (invero più da soprano che da contralto) di Catherine Wyn-Rogers, mentre l’americano Thomas Hampson, pur tecnicamente imperfetto in alcuni passaggi, non lo si può certo dire estraneo alla lunghezza d’onda stilistica dell’insieme.
Vola via, insomma, questa esecuzione. Placida, luminosa, serena, morbida. Squisitamente salda e forte.
Enrico Girardi

 

 

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228 - Maggio 2018
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