Graun – Montezuma

Graun - Montezuma

interpreti A. Papadjiakou , S. Boulin, G. Sieber, C. Gayer, B. Vogel, W. Grönroos,  K.-E. Merker 
direttore Hans Hilsdorf
orchestra della Deutsche Oper Berlin
regia Herbert Wernicke
regia video Karlheinz Hundorf
formato 4:3
sottotitoli It., Ing., Fr., Ted., Sp.
dvd Arthaus 101629

In vita (1704-1759) godette di discreta fama prima come cantante, poi compositore: tanto da essere considerato – insieme ad Hasse – il più importante autore tedesco di opere italiane del suo tempo, e da venir comunemente chiamato Carlo Enrico Graun. Kapellmeister di Federico II di Prussia, trovò nel sovrano un padrone esigente e nel contempo collaborativo: da quel grande musicista che era – soprattutto eccellente flautista – amava partecipare attivamente alla nascita dei lavori da lui commissionati. Per il Montezuma scrisse addirittura il libretto: in francese, quella che lui considerava la sua lingua letteraria, prontamente versificato in italiano da Giampietro Tagliazucchi. Con lo stesso titolo ma senza la “n” per un refuso e con una trama fondamentalmente diversa, già Vivaldi si era occupato, ventidue anni prima, del re azteco e del suo triste destino (addolcito nell’edizione del Prete Rosso, in omaggio all’ineludibile lieto fine delle opere barocche): ma fra i meriti musicali delle due partiture non c’è gara; tanto è viva e variata la prima, tanto la seconda è formalmente perfetta ma convenzionale. Qualità che si riverbera un po’ su tutta la cospicua produzione di Graun che – a parte la cantata Der Tod Jesu, anch’essa del 1755, che nell’Ottocento si continuò a eseguire soprattutto per le sue eccellenti arie col da capo – cadde nel dimenticatoio e di lui si rintracciarono solo citazioni nei dizionari musicali. Il cadavere di Montezuma – che era meglio lasciar riposare nella sua tomba – fu riesumato nel 1981 dalla Deutsche Oper di Berlino che, per avvicinarlo ai gusti correnti del pubblico, pensò di tradurlo in tedesco (con qualche breve verso in italiano o francese e molto castigliano per i conquistatori) e sostituire i recitativi secchi con altrettanti accompagnati: col risultato che qui abbondano sconfinando nella noia, non solo per la loro lunghezza ma anche per il limitato interesse musicale delle arie che introducono. Così come stuccano le voci esclusivamente femminili (allora eravamo agli albori del controtenore), nessuna delle quali di particolare rilievo artistico né destinataria di musica memorabile, ivi compresa la pirotecnica aria di Eupaforice resa celebre dai fuochi d’artificio di Joan Sutherland in uno dei suoi primi recital: noiosa come la pioggia anche lì, ma il trattato di vocalità che sciorinava comunicava almeno un certo qual interesse, assente in toto nella scolastica esibizione della ragionierina Sophie Boulin. Nemmeno la direzione di Hans Hildorf – precisa ma tendenzialmente pesante, senza colori né fantasia – ha molto da dire. Semplicistica solo all’apparenza, invece, la regia del grande Herbert Wernicke (scomparso nel pieno della sua maturità creativa dieci anni fa) che ambienta l’azione nel salotto di una ricca e raffinata corte regale della prima metà dal Settecento, sottolineando – con intenti chiaramente satirici – tutti i tic e gli stereotipi dell’opera seria. Per coronare l’ambientazione, la ripresa è stata effettuata nel teatro barocco più bello d’Europa: quello costruito da Giuseppe e Carlo Bibbiena (padre e figlio) per il Margravio di Bayreuth.
Elvio Giudici


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277 Giugno 2022
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