Handel Agrippina

interpreti P. Bardon, J. Arditti, D. de Niese, F. Mineccia, M. Kares, D. Pass, T. Verney, C. Siedl
direttore Thomas Hengelbrock
orchestra Balthasar Neumann
regia Robert Carsen
regia video François Roussillon
sottotitoli It., Ing., Fr., Ted., Giap., Cor.
2 dvd Naxos 2.110579
prezzo 23,50

 

Una volta di più: Gesù quant’è nostro contemporaneo il teatro barocco, massime nel suo massimo esponente qual è Handel! Sesso e potere, entrambi impiegati come fine e come mezzo. Tragedia mixata con ironia e grottesco. Figure femminili di pari intelligenza, spregiudicatezza, passionalità. Vicenda da autentiche soap opera ante litteram – genere un po’ Dynasty un po’ House of Cards – ma sostenuta da musica sublime nello scavare stati d’animo e, da lì, costruire psicologie sfaccettatissime nella loro costante ambiguità. Il superbo libretto di Vincenzo Grimani (cardinale discendente dai Gonzaga per ramo materno, e dall’alta nobiltà veneziana per ramo paterno: le conosceva bene, le stanze del potere! e benissimo sa squadernarle con vetriolica abrasività da fare invidia allo sceneggiatore contemporaneo più spregiudicato, lui che non per caso fondò a Venezia il teatro San Giovanni Grisostomo, il più chiacchierato d’una città che nel libertino chiacchiericcio e nella relativa pratica non aveva rivali in Europa), Carsen lo ambienta all’oggi.
Le scene di Gideon Davey sostituiscono gli archi del Colosseo con quelli del Palazzo della Civiltà del Lavoro, all’Eur (non per caso lo chiamano anche “il Colosseo quadrato”), posti a occupare lo sfondo e, in talune scene, anche i due lati: gli archi dello sfondo fungono anche da schermi dove scorrono ingigantite immagini dei personaggi sulla scena, fatti diventare icone che – l’oggi insegna – racimolano consenso via etere. Uffici hi tech dove Agrippina fa sesso sulla scrivania per assicurarsi l’appoggio dei suoi faccendieri. Salotti d’eleganza un po’ pacchiana dove Poppea fa il suo apprendistato di futura potente, impiegando pure lei il fisico ma meglio, giacché è più giovane, appetibile e appetita: qui, la celebre scena dei tre amanti nascosti ha un ritmo portentoso, da comica finale accentuata dal fatto che vediamo Agrippina seguire la vicenda su un televisore a circuito chiuso, aggiungendo quindi alle altre anche le proprie nervosissime reazioni. Piscina d’una Spa di lusso, dove tra una bibita sorseggiata in accappatoio e sdraiati su lettini, le trame s’intersecano e s’aggrovigliano al pari dei corpi. Gestualità ovunque calcolatissima ma sempre adesa in modo perfetto col fluire musicale, mentre i recitativi, sostenuti da un continuo di elettrizzante fantasia (cello, liuto, tiorba), hanno la souplesse e naturalezza d’un grande testo di prosa che tutti, dal primo all’ultimo, recitano in modo fenomenale come, d’altronde, costuma sempre negli spettacoli di questo regista geniale. Il quale chiude la vicenda ribaltando il lieto fine in uno sfrenatissimo sesso collettivo che pare riassumere tutto l’arco narrativo concluso da una carneficina globale ordinata da un Nerone schizzatissimo che s’abbandona a una stridula, agghiacciante risata mentre sul fondo si materializza il suo gigantesco faccione di dittatore impazzito.
A regia geniale fa da contraltare l’eccellente orchestra di strumenti antichi che Hengelbrock dirige con senso teatrale parimenti acuto. Concerta i diversi piani sonori così che non solo essi si discernono con limpida trasparenza, ma il lavoro sulla dinamica e gli spessori trasforma ogni aria in una sfaccettatura psicologica del personaggio cui è affidata: che dal canto suo Carsen provvede a non lasciare quasi mai da solo in scena, così che quella stessa sfaccettatura si confronta con la situazione che l’ha provocata, oppure col personaggio cui è indirizzata, oppure a entrambi, originandone una tensione narrativa priva d’alcun punto morto. E naturalmente, la fusione strumentale-voce è da antologia.
Patricia Bardon è un’Agrippina che nella mia memoria è destinata a essere seconda – ma appena di un’anticchia – solo a quella, sublime, di Anna Caterina Antonacci: bella voce, ottima linea di canto ampia e morbida, fraseggio che nei suoi continui chiaroscuri è un saggio d’altissima recitazione musicale. Danielle de Niese non ha solo parecchi chili in più nel fisico, ma un’accentuata pesantezza nello svolgere la linea vocale: sempre debordante il carisma scenico, però, sempre fantasioso e vivacissimo il fraseggio, e nei momenti più scopertamente sensuali la bellezza tuttora soggiogante del timbro fa meraviglie. Ottone è il controtenore Filippo Mineccia: voce di spessore non debordante ma agile, fluida, capace di sgranare colorature di tutto rispetto, e con una linea nella quale certe occasionali asperità sono abilmente sfruttate a fine espressivo, riuscendo – complice anche la dizione eccezionale – a dare spessore a un personaggio che, come sempre nelle figure degli amanti sfortunati, rischia la monotonia espressiva della lacrima in luogo dell’interesse sempre connesso alla protervia o all’insidioso gioco al massacro per la conquista del potere (peccato dunque per il taglio dell’invece bellissima “Tacerò purché fedele”). Claudio è il basso Mika Kares, e il suo fraseggio, capolavoro di protervia mal travestita da bonomia, pone in secondo piano talune fastidiose gutturalità. Jake Arditti, controtenore, è Nerone. Voce un po’ esile ma controllata ed emessa benissimo, duttile nel piegarsi a un fraseggio che porta in piena luce una spessa rete di grovigli psicotici, creando un personaggio  indimenticabile: da ricordare per un bel po’, in particolare, la stupenda “Come nube”, che Hengelbrock stacca a un tempo infernale e che Arditti non solo regge ma sembra voglia chiedere un’ancor maggiore velocità, sgranando una coloratura di millimetrica precisione. Fantastica in scena e molto buona vocalmente la coppia di faccendieri Pallante e Narciso, il tenore leggero Damien Pass e il controtenore leggerissimo Tom Verney.
Elvio Giudici

 

 

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