Handel Serse

interpreti G. Arquez, L. Zazzo, L. Alder, E. Sutphen, B. Cedel,
T. Ariane
direttore Constantinos Carydis
orchestra Frankfurter Opern-und Museumorchester
regia Tilmann Kohler
regia video Tiziano Mancini
sottotitoli It.,Ing.,Fr.,Ted.,Giap.,Cor.
2 dvd C-Major 747908
prezzo 33,20

 

L’edizione video della Naxos realizzata l’anno scorso a Francoforte per quanto detto sopra dovrebbe dunque comunicare tutta la corrosiva ironia che permea da cima a fondo l’opera. Wilder, appunto. Una volta di più (dopo i fallimenti di Nicholas Hytner e di Michael Hampe, i due soli precedenti in dvd) la partita è rimandata. Kohler porta avanti tutti i primi due atti con una scena fissa, un salone dalle pareti concave (entro un riquadro sta la foto del platano caro a Serse, ma quale “Ombra mai fu” getterà un’immagine?) al centro del quale troneggia una tavola imbandita attorno a cui caracollano o si siedono i vari personaggi abbigliati in alta tenuta contemporanea, che sfilano poi sulla passerella oltre l’orchestra per le arie solistiche. Relazioni reciproche, scatti d’ira, empiti amorosi hanno cibarie varie come materia prima: compresi gli immancabili spaghetti (che palle questa sorta di riflesso pavloviano cui indulge ogni tedesco allorché sente l’idioma italico, mai che ricordi si possa mangiare anche delle belle lasagne o, al limite, gnocchi al gorgonzola…) che Atalanta, ritta sulla tavola, getta a destra e a manca per sottolineare “Un cenno leggiadretto”. Tutto così: e nemmeno è a dire quanto l’ironia connessa a Elviro – un pessimo Thomas Faulkner – sia di grevità tutta germanica. Una noia sesquipedale.
La direzione di Carydis è plumbea e pesante, mentre il canto, di veramente valido – quantunque un po’ in ritirata rispetto all’antica incisione con Christie – ha il solo Lawrence Zazzo nei panni controtenorili di Arsamene: il mezzosoprano Gaelle Arquez è un Serse di dizione arruffata e canto faticoso (paragonare il suo “Crude furie” a quello di Fagioli sarebbe una facezia), l’Atalanta tutta di gola di Louise Alder neppure in fotografia può confrontarsi con l’Aspromonte, e la Romilda di Elizabeth Sutphen è un inno alla durezza e alla costante fissità.
Elvio Giudic

 

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