Berlioz – Les Troyens

All'Opéra di Parigi spettacolo degno dei 350 anni dell'istituzione. Presto su Arte

PARIGI – Les troyens a Bastille sono di casa. È proprio con il titolo di Berlioz che il secondo (primo per capienza) spazio dell’Opéra national de Paris inaugurò nel 1989 per celebrare il bicentenario della Rivoluzione (quella francese, ovvio). All’epoca, Pier Luigi Pizzi non era ancora persona non grata a Parigi (solo successivamente fu messo al bando a favore di spettacoli più austeri) e fu proprio il regista italiano a dare la sua lettura: fu in fondo il solo a sfruttare pienamente il gigantesco e profondissimo  palcoscenico di Bastille, che proprio per le sue proporzioni si rivelerà paradossalmente un inciampo specie per le produzioni destinate a girare da un teatro all’altro. Altri tempi. Dopo l’apparizione dei Troyens di Herbert Wernicke all’epoca di Gerard Mortier, spetta ora a Dmitri Tcherniakov di firmare la regia. Che Stéphane Lissner, anti-pizziano dichiarato e senza complessi, abbia scelto simbolicamente questo colosso in cinque atti per imporre la sua estetica e lasciare il segno? Non sarebbe da escludere. Certo è che questa produzione resterà negli annali, anche se non sono proprio gli assi su cui ha puntato la direzione del teatro a rivelarsi alla fine vincenti.

Nella prima parte (“La prise de Troie”), Tcherniakov divide la scena in due. A destra degli spettatori, lo spazio ritrae un salotto, di un lusso dimostratorio all’orientale, nella casa-bunker di Priamo: tutta la famiglia vi è riunita, come per i grandi eventi, e tutti ossequiosamente testimoniano fedeltà e obbedienza alla coppia reale, con la nota eccezione di Cassandra, che è invece la figlia ribelle che più alza la voce e meno è ascoltata. Priamo, alias Bashar al-Assad? Pare in effetti che Troia sia la novella Damasco. A sinistra, scorrono invece le scene di guerra in una città dilaniata, ridotta ad un cumulo di macerie: si susseguono momenti corali e gli interventi della famiglia reale che appare come se fosse intervistata dalla televisione. Si direbbe CNN, sempre presente. E mentre i reporter lavorano sul campo di battaglia (a sinistra), le breaking news scorrono quasi di continuo (a destra), immaginando che Priamo e la sua famiglia abbiano gli occhi puntati sul televisore sempre acceso. Non c’è che dire, l’idea di Tcherniakov funziona e affascina. Dividendo gli spazi in due e lasciando tutti i personaggi in scena quasi ininterrottamente, restituisce una tensione globale: la guerra di Troia è diretta (e guardata in tv) dagli uni e vissuta sul campo dagli altri, e tutto in una assoluta contemporaneità teatrale.

Purtroppo, nella seconda parte (“Les Troyens à Carthage”), Tcherniakov fa invece cilecca. Qui siamo ora in un centro di riabilitazione per vittime di guerra. Tra una partitella a ping-pong e l’altra, imperversano le sedute collettive post-trauma. Per rimettersi, i pazienti recitano le parti imposte, esplicitate da cartelli che si alzano e si abbassano in maniera convulsiva. Didone ed Enea fanno soprattutto le spese di questa struttura scenica, fissa come quella della guerra di Troia, che finisce per annoiare dopo qualche minuto. Tanto la prima parte tiene in sospeso il pubblico, quanto la seconda lo sprofonda in una routine isterica. E ovviamente in un credo materialista che spazza via ogni riferimento a divinità e all’ultraterreno.
Là dove Tcherniakov fa un lavoro a metà, Philippe Jordan si conferma imperiale dall’inizio alla fine. Se questi Troyens alla fine trionfano e se si impongono come un riferimento per i posteri, il merito resta del direttore svizzero. Che ha svolto un lavoro capillare sulla partitura, facendone emergere l’orchestrazione originale raffinatissima e la varietà proverbiale. Raramente l’orchestra e il coro (preparato da José Luis Basso) dell’Opéra de Paris sono apparsi così eccelsi. Tanta perfezione non la si ritrova nel cast che aveva per altro conosciuto una lunga seria di cambiamenti prima di andare in scena. L’Enée di Brandon Jovanovich è magistrale sia per ardore vocale sia per presenza scenica. Ekaterina Semenchuk, che ha rimpiazzato Elina Garanča, è semplicemente magnifica: la scena della morte grazie a lei è stata l’apice dell’emozione della serata. Il tenore francese Cyrille Dubois ha regalato alla parte di Iopas un momento di pura magia, grazie alla perfetta alchimia tra finezza, virtuosismo e senso del fraseggio. Purtroppo, Stéphanie d’Oustrac forza un po’ troppo vocalmente e scenicamente il ruolo di Cassandre. E neanche Stéphane Degout e Véronique Gens sono apparsi pienamente a loro agio, rispettivamente in Chorèbe e Hécube.
Con Arte che ha registrato lo spettacolo, questi Troyens (quasi) da antologia dovremmo poterli ritrovare ancora.

Alessandro Di Profio

 

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