Rossini – Il barbiere di Siviglia

interpreti F. Sempey, C. Trottmann, M. Angelini, 
P. Kalman, R. Gleadow
direttore Jérémie Rhorer
orchestra Le Cercle de l’Harmonie
regia Laurent Pelly
regia video François Roussillon
dvd Naxos 2.110592

Pelly ci ha regalato spettacoli che erano vere e proprie girandole di idee nelle quali l’assoluta adesione nota-gesto celebrava un trionfo di teatro. Qui di idee ce n’è una sola, carina ma non sufficiente a reggere un’intera serata. Ambientazione astratta (e va benissimo spazzar via la Siviglia cartolinesca e sciamannona) costituita da giganteschi fogli perlacei di musica ora distesi ora accartocciati, coi righi musicali che diventano le sbarre che imprigionano Rosina, e le note che vorticano come gocce di pioggia nel temporale, così come una sorta di nota musicale è ciascun personaggio, tutti di nero vestiti come sono. Ma nonostante le peculiarità di movimento quasi da skatepark che tale struttura scenica impone, la gestualità non riesce a trovare un’uniforme cifra di astrazione, bordeggiando dappresso le solite caccole che infarciscono novantanove Barbieri su cento e finendo con lo stuccare non poco. Intrigante, per fare un esempio, i musici che all’inizio accompagnano la Serenata suonando strumenti invisibili: però i carabinieri che compaiono alla fine dell’atto brandendo leggìi e agitandoli ritmicamente ma in modo sempre uguale, fanno sì che s’afflosci l’intero momento, così come macchinoso e anticlimax immobilismo è il far discendere lentamente Figaro dall’alto, bloccato su di un’altalena, forse per fare da pendant al meccanico gracchiare dell’orchestra, del tutto incapace di rendere l’invece indispensabile scatenamento strumentale.
Giacché quella di  Rhorer è una pessima direzione. Idolo dei francesi, costui è campione di suoni puntuti, gessosi, affatto privi di souplesse, non di rado scoordinati, con crescendi di meccanico accumulo anziché di catartico espandersi, il clarinetto che pigola e ciangotta sotto alla Serenata, le percussioni tutto un pestare anziché borbottare con fare sornione, gli archi che stridono anziché brillare. E nient’affatto cose da imputare al loro essere strumenti antichi: è come vengono fatti suonare, con stile fasullo, fantasia niente, impettita prosopopea a pacchi.
Cast molto terra terra. Il tatuatissimo Figaro di Florian Sempey ha voce bella e tanta, al servizio d’un temperamento spiccato non esente da virtuosismo un filo autoreferenziale, come certe corse a rompicollo molto d’effetto e poco di sostanza teatrale: non canta propriamente male, ma non ho idea del perché indulga tanto a quei fastidiosi colpi di glottide che dopo gli strazi di Leyla Gencer si pensavano archiviati in soffitta; e se lo spiccato taglio da mefistofelico manipolatore è frutto della regia, l’impostare la rasatura di Bartolo mutando Figaro nel diabolico barbiere Sweeney Todd mi pare alquanto eccessivo. La voce chiara, un filo esile ma di ragguardevole estensione dell’americano Michele Angelini, domina senza fatica il cast: accento vario e mai caricato – qui la differenza con Sempey, nel loro duetto, stride parecchio – dizione scolpita, coloratura così ben sgranata da riuscire a scalare con successo la parete di sesto grado costituita dal ripristino di “Cessa di più resistere”. Al fondo del cast si colloca invece la Rosina di Catherine Trottmann: dizione burgunda che livella ogni consonante, coloratura asmatica, registro grave ridotto a sola aria calda, acuti alla spremuta d’agrumi, accento assai più spiritato che spiritoso. Peter Kalman ha la classica emissione alla patata in bocca che tanto spiacevolmente caratterizza i bassi nordici alle prese col repertorio brillante italiano, maltrattato dalla ben nota canèa di accenti caricati e ululanti; Robert Gleadow non si fa troppo notare nei panni di Basilio: il che, dato il contesto, finisce con l’essere un pregio.
Elvio Giudici

 

 

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