Rossini – L’Italiana in Algeri

interpreti C. Bartoli
I. Abdrazakov, A. Corbelli 
E. Rocha, J. Coca Loza
R. Olvera
direttore Jean-Christophe Spinosi
orchestra Ensemble Matheus
regia Moshe Leiser e Patrice Caurier
regia video Tiziano Mancini
2 dvd C-Major 801808

Sarebbe negare la verità sostenere che la scrittura di Isabella non sia un tantino troppo bassa per l’organizzazione vocale della Bartoli, fattasi oltre tutto più chiara col passar del tempo e dei ruoli. Ma questo è un caso in cui sovviene il sommo Oscar Wilde: “nelle questioni davvero importanti è lo stile, non la verità, quello che conta”. Difatti. Due o tre note gravi più accarezzate che emesse (ma mai “pompate” con effetto aria calda) vogliono dir niente, a fronte d’una linea resa ovunque morbida, luminosa, omogenea e fluida grazie a un dominio del fiato che  da sempre ha reso Cecilia un’inarrivabile stregona. E la tecnica scaltritissima, unita a filo doppio con la musicalità strumentale, sono interamente al servizio dell’interprete: che gioca da fantasiosa funambola con la dinamica e l’agogica, moltiplicando colori, chiaroscuri, inflessioni in una tavolozza accentale letteralmente sterminata. Poi questo è un video: dunque tutti i prodigi vocali vengono potenziati dall’attrice: fenomenale nello spargere carisma a pacchi, e col tipico viso che la macchina da presa “ama” al modo stesso di certe somme attrici del cinema cui basta “esserci” ed è fatta. In definitiva: un’Isabella che prende un posto d’onore nella non affollatissima galleria delle grandi interpreti (cioè a dire non solo vocaliste) del gran teatro rossiniano.
Partner vocalmente e scenicamente ideale di tale Isabella si dimostra Ildar Abdrazakov. Timbro splendido, emissione nient’affatto slava ma dalla rotondità pastosa tipicamente latina (niente note gravi aperte e gutturaleggianti, cioè), dizione del tutto perfetta, fraseggio dove varietà fantasia stile convivono in modo strepitoso. Dire del Taddeo di Alessandro Corbelli significa portare ulteriore quantunque prezioso vaso in una Samo resa intasatissima dalla tecnica, dalla finezza e dalla classe fatta di senso della misura sia scenica che vocale d’un artista impareggiabile. Edgardo Rocha ha voce non estesissima ma padroneggia assai bene l’impervia coloratura della sua aria di sortita, il fraseggio è spigliatissimo, la linea morbida e luminosa; discrete Elvira e Zulma, molto così così l’Haly di José Coca Loza.
Tutti attori magnifici, anticipavo. Tanto da rendere quasi (quasi) accettabili talune scivolate cui la regia indulge abbastanza spesso. Algeri moderna; Mustafà come una sorta di Tony Soprano panciutissimo e spesso in mutande e canotta – ma il sex appeal di Abdrazakov deborda lo stesso – a capo d’una rete di contrabbando di apparecchi elettronici, affamato di sesso ma non più con la consorte (la Sinfonia è tutto uno strusciarsi di lei con lui che scappa al cesso e tira lo sciacquone. Ahinoi); Lindoro è un fricchettone rasta che fuma canne; Isabella arriva a dorso d’un cammello prodigo di flatulenze causa di sventagliamenti con smorfia schifata; i prigionieri italiani vestono calzoncini e magliette d’una squadra di calcio; al “Pensa alla Patria” Isabella appronta i soliti spaghetti da mangiare con le mani, senza i quali un regista straniero non ce la fa proprio a concepire l’Italia (e sarebbe ora di menare le mani…); Taddeo ha slip da Superman. Cose così, insomma: che con altri interpreti porterebbero alla nauseabonda catastrofe del grottesco, ma che un cast formidabile riesce a far “passare” valorizzando al meglio talune trovate azzeccate come Isabella birichina nella tinozza tutta spuma, le “femmine d’Italia” con dietro uno schermo su cui passa la celeberrima Anitona felliniana nella fontana di Trevi, per finire con  Isabella e Lindoro a fare il verso a Kate Winslet e Di Caprio che allargano le braccia sulla prua del Titanic.
Ma perché solo 4 stelle? Perché in aggiunta alle troppe caccole, la direzione di Spinosi e il suono della sua orchestra (archi di gesso, ottoni spernacchianti e oltremodo imprecisi, legni che pigolano) ne meritano due scarse: agogica schizofrenica, colori slavati in candeggina, vivacità sempre a rimorchio di quella – per fortuna debordante – del canto.
Elvio Giudici

 

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