L’Arte di Karajan

Un percorso nella storia dell’interpretazione
a cura di Alberto Fassone
editore Lim - Libreria musicale italiana
pagine 399
prezzo 35

 

Questo imponente volume, con cui il Conservatorio di Bolzano ha inaugurato la collana Research and Studies della Lim, innesca, inevitabilmente, un intenso flusso retrospettivo in chi ha potuto “ convivere” con l’arte del grande direttore nelle frequentazioni salisburghesi dell’ultimo quarantennio del secolo passato: praticamente nel regno di Karajan, con tutto il gioco d’ombre che va diramandosi dietro la luminosità del potere. Tanti i contrasti, a partire dal diretto confronto tra gli” strumenti”, gli ineffabili Wiener e gli imponenti Berliner, dietro il quale si stagliava quello tra il “bonario” Böhm (che bonario pareva non fosse affatto) continuatore, si riteneva, di un respiro naturale e Karajan che proponeva una visione più artificiosa, nel segno di una utopica “bellezza”, attraverso quel suono fluente, luminoso, destinato a diramarsi e a moltiplicarsi con i mezzi di quella tecnologia di cui Karajan era fortemente appassionato, inseguendo un ideale sinestetico testimoniato da produzioni che miscelavano ascolto e visione con forte suggestione. Senza cedimenti, come aveva colto Franco Serpa nel sintetizzare il bilancio all’approdo degli 80 anni: “come nessun altro oggi, Karajan sottrae autorità al grandioso”, benché il marchio di grandiosità avesse offerto una sorprendente declinazione con il Wagner realizzato nel corso dei Festival di Pasqua; un Wagner “cameristico” sottolineava parte della critica, l’altra parte propensa invece a ritenere più che una“ riduzione a uomo dell’eroe…il ribaltamento dell’eroe in gesto di se stesso, ossia il segnale inopinabile di un atto di estetismo sublime e un po’ sprezzante” (Nicastro). Erano questi i segnali che avvolgevano l’arco conclusivo di una carriera gloriosa, turbata dall’incrinarsi del rapporto totalizzante con i fedelissimi Berliner e dalle inesorabili insidie del fisico, combattute con eroica inflessibilità: un ricordo lancinante quello dell’ultimo Requiem verdiano a Salisburgo, quando Karajan si presentò al pubblico, molti in lacrime, appoggiandosi a Mirella Freni e a Winson Cole, mostrando un sorriso strappato agli spasmi dolorosi. Anche questo un momento che si iscriveva  entro uno scenario di mitizzazione incorniciato da un più generale consenso. “Karajan. era circondato da un ambiente intellettualmente modesto di agiografi e adoratori teso soprattutto a tirare sempre al rilancio, insistendo soprattutto dell’autorità assoluta del re, del monarca o del mago “, osservava Giorgio Pestelli. E questo forse spiega come dopo la morte, vuoi per vicende contingenti legate alle difficoltà di una successione impossibile quanto rischiosa che per i tanti mutamenti di gusto avvenuti nelle consuetudini d’ascolto sull’immagine del direttore sia calata un’ombra che della “eredità” ha lasciato affiorare gli aspetti più evidenti connessi alla rivoluzione mediatica e tecnologica da lui innescata  mentre la visione artistica, in particolare quel favoloso suono che nasceva da un’ideale di continuità, nel superamento di ogni articolazione e nella ampiezza delle campate, è apparsa decisamente appannata, addirittura incongruente con la nuova sensibilità. Dissociazione che Alberto Fassone nell’ampia introduzione a questo lavoro da lui curato ritiene fuorviante proprio per l’inscindibilità dei due aspetti. Il significato e l’importanza di questo libro propongono una specie di risarcimento nella sistematicità dell’impegno con cui i vari saggi ricompongono tale unità esplorando, senza alcun indugio sugli aspetti più esteriori della personalità del direttore, il ricco paesaggio della inesauribile operatività di Karajan, dalle scelte interpretative ai criteri estetici e tecnici: con esiti non poco sorprendenti.
Gian Paolo Minardi

 

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