Luca Ciammarughi Da Benedetti Michelangeli alla Argerich

editore Zecchini
pagine 242
euro 25

Rispetto all’arcata di un paio di secoli tracciata dal fatidico testo rattaliniano “Da Clementi a Pollini” assai più contenuta è quella che Luca Ciammarughi percorre in questo per tanti versi avvincente volume, un viaggio che muove dalla suggestione di un ascolto televisivo di ABM e dalla fulminea comprensione delle virtualità racchiuse nella testimonianza di un interprete, sommo ma per molti già catalogato, quasi messo da parte, entro l’astratto sacrario “neoclassico”. Un punto di partenza invece per il giovanissimo Ciammarughi che intraprende, non senza i tumulti adolescenziali, il suo cammino tra le mille sorprese che lo accompagneranno nel suo fervido attivismo in cui l’impegno dell’interprete s’intreccia fruttuosamente con quello del critico, dello studioso, del comunicatore, nel segno di una sottile irrequietezza che traspare dalla stessa scrittura, una prensilità che si irradia in tanti riverberi, iperboli, incursioni fulminee in altri terreni poetici.
Un viaggio schubertiano, mi veniva da pensare, e non tanto per il dichiarato amore che l’autore ha per il musicista viennese, attestato da un succoso studio sulle ultime Sonate, da lui stesso affidate anche al disco, ma per quel carattere erratico del suo comporre – l’acuta affermazione di Brendel, le Sonate di Schubert “accadono” a differenza di quelle Beethoven che  “si giustificano ad ogni istante” – che pone l’ascoltatore e l’interprete di fronte a nuove attrazioni, lusinghe illusorie come a repentini oscuramenti d’umore; così, appunto, sembra procedere Ciammarughi in questa sua investigazione nel paesaggio pianistico contemporaneo, senza seguire schemi prefissati né cercare bilanciate corrispondenze, certificati d’origine o quant’altro in un panorama globalizzato in cui i confini delle cosiddette scuole nazionali si sono scoloriti. È infatti l’attrazione per singole situazioni ad accendere nell’autore una luce inattesa che lo guida nel cercare di riassumere la portata di una personalità; spesso attraverso lo scorcio palpitante dell’ultima esecuzione, superando la suggestione cronachistica per scavare retrospettivamente: così per le ultime esecuzioni di Pollini, di Lupu, di Zimerman, acutissime, toccate ancora dall’emozione. Ed è proprio questa presenza dell’ascolto a sfatare il rischio compilatorio che spesso grava su queste rassegne per imprimere invece al progredire degli incontri un senso quasi avventuroso, magari a volte non condivisibile ma proprio per questo sempre stimolante. Lettura quindi ricca di suggerimenti e di sorprese, come quando Ciammarughi entra in zone meno esposte, incontrando interpreti di autentica tensione intellettuale, come Eric Heidsieck o altri la cui notorietà sembra entrata in un cono d’ombra, o anche evocando più giovani talenti che il tempo si è portati via drammaticamente. Quanto questo viaggio sia nutrito da un retroterra di emozioni l’autore ha voluto confessarcelo con un curioso, frenetico epilogo, quattro pagine gremite di ricordi che si affastellano in un continuum un po’ abbacinante, senza punteggiatura, non come nel più raggelante Thomas Bernhard  ma con lo struggimento per qualcosa che tuttavia non è andato perduto.
Gian Paolo Minardi

 

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