Nicola Campogrande – Federico Capitoni

 

Nicola Campogrande
100 brani di musica 
classica
da ascoltare una volta nella vita
editore BUR Rizzoli
pagine 244
prezzo 18

Federico Capitoni
Canone boreale
100 opere del ‘900 
musicale
editore Jaca Book
pagine 400
prezzo 30

In comune hanno il numero 100. Nient’altro, a prima vista. Uno comincia dove l’altro finisce, o viceversa, l’uno si ferma quando l’altro si muove. Ma una finale sovrapposizione sugli ultimi anni del Novecento e lo sguardo libero sulle cose più diverse della musica li fanno stare insieme.
I cento di Nicola Campogrande – compositore, scrittore, conduttore di trasmissioni radio e tv, direttore artistico del festival MiTo – sono i “brani di musica classica … da ascoltare una volta nella vita” (forse per questioni di spazio non è stato aggiunto “almeno”). Cento pezzi che non sono “i più famosi”, ma che negli anni Campogrande dice di aver “scelto e consigliato agli amici” e che piacerebbe i suoi figli “scoprissero a poco a poco”. E non solo i suoi figli, se ha scritto un libro.
Si parte da molto lontano (il milletrecento), si arriva molto vicino (le soglie del Duemila), si fanno cento incontri diversissimi, naturalmente: con gli antichi Palestrina, Gesualdo, de Machaut, Monteverdi, i cosiddetti barocchi (Vivaldi, Handel, Bach, Rameau, Scarlatti), il Settecento di Haydn, Boccherini e Mozart, il primo Ottocento di Beethoven, il secondo di Brahms e Bruckner, e via salendo fino a tutto il secolo passato, che per molti è anche troppo nuovo. Nessun grande è dimenticato, con almeno un pezzo a rappresentarlo, alcuni (Beethoven) con tre, zigzagando fra il clavicembalo di Couperin, la Tafelmusik di Telemann, la Bella mugnaia di Schubert, la Sesta di Ciaikovskij, i Requiem di Verdi e Fauré, che potrebbero fare a pugni se non fossero requiem, le Bachianas brasileiras di Villa Lobos, il Rodeo di Copland. E pesco senz’ordine o gerarchie per far capire lo spirito asistematico del libro.
Non cercate dettagli nei 100 brani di Campogrande, ma luci sì. Le schede sono brevi, svelte (tutte di una pagina e mezza), preoccupate non tanto di non stancare, di sintonizzarsi sulla concentrazione breve del tempo digitale, ma di non tirar su il mento del professore. Sono cento consigli per tutti, dove le date sono poche, l’idea prevale, la lingua è elegante, la competenza senza discussioni, le intuizioni stimolanti. Lo scopo è chiaro: far venir voglia di ascoltare.
Nelle ultime voci, poi, Campogrande non ha scrupoli nel mettere in banchi vicini le Stagioni di Piazzolla, la Lux Aeterna di Ligeti, il Boccherini di Berio, i “Fratelli” latini di Pärt, la Music for 18 Musicians di Reich, la Metropolis Symphony di Daugherty, il quasi ignoto Canticum calamitatis maritimae di Mäntyiärvi (scheda numero cento), ma perfino i Violoncelles, vibrez! di Sollima e The Horatian di Heiner Goebbels.
E su questi incontri coraggiosi arriva la chiamata delle “100 opere del ‘900 musicale” che Federico Capitoni intitola Canone boreale, per dire quel che musicalmente sta sopra l’equatore. Insomma ciò che per inerzia o scarsa fantasia chiamiamo Occidente, intendendoci lo stesso.
Le schede di Canone boreale sono più lunghe, diverse e mosse, con picchi non ingiustificati in brani come In C di Terry Riley, le Sonate e Interludi di Cage, il Quartetto per la fine del tempo di Messiaen, Barstow di Harry Partch, gli Studies for Player Piano di Conlon Nancarrow, le Sequenze di Berio, il Prometeo di Nono. Schede modulari, fatte per collocare nel tempo e anche per riaggiustare la fortuna critica di autori e pezzi più sfortunati; con date, analisi e discografie, sintetiche ma utili, utili perché sintetiche.
L’idea-guida è una cronologia “col vincolo”: ogni anno del Novecento ha una stazione; ogni stazione un autore e (almeno) un brano. Si parte dal 1901 di George Enescu (Ottetto per archi) e si finisce nel 2000 con in vain di Georg Friedrich Haas (classe 1953). La scena è molto diversamente abitata, e nella quasi sfrontata varietà di questa folla l’antologia di Capitoni dice le cose migliori. Se fino ai Cinquanta facciamo incontri noti come i Vier letzte Lieder di Strauss, il Quartetto per la fine del tempo di Messiaen (anche qui), Perséphone di Stravinskij, Il naso di Sostakovic, Mahagonny di Kurt Weill, più avanti la sezione contemporanea mette insieme la Symphonie pour un homme seul di elettronici spuri come Schaeffer e Henry, i Quattro pezzi per orchestra di Scelsi, The Well-Tuned Piano di La Monte Young, inseminatore del minimalismo storico, la Trilogia del dollaro di Morricone (maestro baciato dalla melodia, sulla fronte di una attrezzatura tecnica da far invidia), la Rothko Chapel di Morton Feldman, The Black Page di Frank Zappa, i meravigliosi “Spazi acustici” di Gérard Grisey, la Discreet Music di Brian Eno, l’enigmatico Tableau di Lachenmann e perfino il Post Scriptum di Valentin Silvestrov, musicista che meriterebbe un Leone alla carriera, e il Sangue sul pavimento di Turnage, l’Ars Poetica di Tigran Mansurian, il Water Concerto di Tan Dun. Un campionario di diversità possibili e impossibili.
Chi è cresciuto strapazzando, e anche scopiazzando, le Guide alla Musica sinfonica di Giacomo Manzoni e alla Musica contemporanea di Armando Gentilucci, rimane soprappensiero nel constatare quanto siano cambiati i bisogni, gli orizzonti e soprattutto la platea (ipotetica) di una guida all’ascolto. Il solo trovare, come in Canone boreale, i nomi di vecchie conoscenze ignote ai più come appunto Nancarrow (e chi se lo ricorda?), Alvin Lucier, Morton Subotnick, di vecchissime conoscenze note a tutti come Scott Joplin, Duke Ellington, Keith Jarrett, di cari eccentrici come Zbigniew Preisner (musicista delle poetiche magie di Kieslowski), di nuove generazioni di disallineati come Erkki-Sven Tur, Morten Lauridsen, Pawel Mykietyn, è la sorpresa e la necessità di una guida al presente. Perché, nella infinita accessibilità a un tutto senza confini, fa cadere le braccia l’ignoranza esibita, anche da certi festival di musica contemporanea, in quel che davvero è del nostro tempo.
Carlo Maria Cella

 

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