Addio a Georges Pretre

A 92 anni scompare il grande direttore francese. Lo ricordiamo ripubblicando l'intervista rilasciata a Classic Voice alcuni mesi fa, prima del suo ultimo concerto alla Scala

pretre-1Il maestro Georges Prêtre si è spento questo pomeriggio nella sua casa nel Sud della Francia. Lo annuncia il Teatro alla Scala, con cui ha collaborato per 50 cinquant’anni, festeggiati lo scorso 22 febbraio. In quell’occasione, prima di un concerto memorabile, il maestro Prêtre aveva rilasciato un’intervista al nostro giornale. La ripubblichiamo di seguito, come per sentire – per un’ultima volta – la voce della sua cordialissima intelligenza.

 

 

MILANO  (febbraio 2016) –  La prima domanda è se si sente più felice quando “sale” su un palcoscenico per un concerto o quando “scende” in buca per un’opera. Ma Georges Prêtre in verità non risponde. Inizia a raccontare le emozioni delle prime volte, quando era giovane e ancora non poteva sapere se sarebbe stato un direttore d’orchestra, e a che livello. Si illumina però quando racconta d’aver iniziato a scoprire che con il gesto era capace di comunicare ai musicisti delle orchestre quello che voleva e come lo voleva: “Perché vede – mi spiega – noi possiamo parlare finché vogliamo di interpretazione, di dettagli, dinamiche, fraseggi, colori, ma quello che conta è il gesto. Fin da giovanissimo ho imparato che con le orchestre bisogna parlare poco. Il direttore d’orchestra parla con il gesto e con gli occhi”. Con gli occhi? “Sì, con gli occhi. Con certe orchestre, basta uno sguardo per capirsi. Dentro uno sguardo il direttore d’orchestra capisce se il messaggio è arrivato a destinazione e sua volta ogni professore d’orchestra ti fa capire che ha capito”.
Ne ha dirette tante di orchestre, Georges Prêtre. Con quale di esse tale comunicazione è stata più facile e immediata? “Fin dalla prima volta ho capito che dirigere i Wiener Philharmoniker è un privilegio incommensurabile, perché è come se sapessero già cosa vuoi da ciascuno di loro. Non serve nulla di particolare. Ti assecondano con una naturalezza che non ho mai visto altrove”.
pretre-3Il maestro francese, 91 anni, lo incontro in uno dei migliori alberghi di Milano il giorno in cui ha iniziato le prove del Concerto in cui viene celebrato il cinquantenario del suo debutto alla Scala, che risale appunto al 1966, Faust con Gedda, Ghiaurov e la Freni. Sarà poi un concerto celebrativo, un omaggio della Scala a un direttore benvoluto come pochi ma anche un omaggio di lui al teatro che considera, a torto o a ragione, il primo teatro d’opera al mondo. “Ho solo bei ricordi alla Scala. Vi ho diretto 15 opere e non so quanti concerti sinfonici. Ricordo come fosse ieri che il maestro Siciliani interruppe la mia prima prova per dire che la Scala era onorata di avermi lì: emozioni che non si dimenticano. L’orchestra è cambiata tanto in 50 anni ma il feeling è sempre lo stesso. Ho fatto Gounod, Debussy, Puccini, Massenet, Wagner… L’unico cruccio – e lo dice con una punta di ironia – è di non aver mai potuto dirigere Verdi. Mi sarebbe piaciuto ma, chissà perché, sembra ci sia una legge per cui Verdi era destinato solo agli italiani”.
pretre-2Il maestro scoperchia una pentola che potrebbe essere senza fondo. Allora, anche un po’ provocatoriamente, gli confesso che tra le esecuzioni scaligere, quelle che ricordo con più piacere sono quando diresse una Prima di Mahler epifanica – era davvero la nascita di un nuovo mondo – e una Quarta di Brahms piena di vita, non solo di dottrina. Le spiace se ricordo Mahler e Brahms, prima di Berlioz, Ravel o altri musicisti francesi? “Ma certo che no”, risponde. In verità io ho sempre adorato il sinfonismo tedesco e non c’è scritto da nessuna parte che solo i tedeschi possono fare musica tedesca, i francesi la francese eccetera (nell’eccetera sono impliciti anche Verdi e i direttori italiani). “Tra l’altro”, aggiunge, rispondendo ora a una domanda già formulata ma elegantemente elusa al momento, “se ci sono dei direttori che ho particolarmente ammirato, questi non sono francesi. Si tratta di Bruno Walter e di Victor de Sabata. Ogni volta che ascoltavo qualcosa diretto da loro mi sembrava di aver imparato, o meglio scoperto, qualcosa di nuovo. Grandissimi. E poi ho ammirato tanto anche Herbert von Karajan, anche se con lui non amavamo parlare di musica ma di tante altre cose, specialmente di barche e motori”.
“Quanto all’Italia – aggiunge – devo anche dire che mi sento un po’ italiano, perché mia moglie è originaria del Belpaese. Amo tutto dell’Italia, non solo la pasta, la pizza e la musica”. Si parla di tutto un po’. E quasi ci si dimentica di parlare del disco che esce con “Classic Voice”, dove sono comprese le incisione dal vivo della Sinfonia in do di Georges Bizet e della Sinfonia in re minore di César Franck effettuate con la Filarmonica della Scala rispettivamente nel 2004 e nel 2011. Georges Prêtre è un uomo di 91 anni. Si presenta con il bastone, racconta degli acciacchi all’anca che ha avuto l’anno scorso. Ma ha nello sguardo la fierezza dell’uomo che sa di esser sempre piaciuto e che piace a se stesso. E in questa fierezza ha molta parte il fatto di aver una memoria prodigiosa. Di quelle esecuzioni, così come di ogni altra, ricorda tutto. Gli chiedo come far emergere il carattere francese di quelle composizioni, il colore. Ma lui dice le stesse cose già sottolineate per le esecuzioni di Mahler e Brahms. “Occorre sempre molta mobilità (oggi si tende a dire ‘flessibilità’) nei fraseggi e nella scansione dei ritmi, ma entro un quadro formale che sia il più chiaro possibile. I tempi sono importanti ma non sono un valore assoluto. Dipendono dal tipo di suono che si produce e dallo spazio in cui lo si produce. La forma viene prima di tutto”. Questo vale soprattutto per il “tedesco” Cesar Franck? In realtà non risponde, si capisce che sta riguardando nella propria memoria il film di quei concerti. Ma ad ascoltare come suona Ravel e Offenbach al trionfale concerto di tre giorni dopo, si capisce che la risposta è no, che anche la musica più aerea e leggera, come quella della Barcarola o del Galop infernal, quindi anche della Sinfonia in do di Bizet, può essere veramente stupefacente, mobile e fantasiosa solo entro un quadro formale quanto mai rigoroso.
Mentre parliamo è con lui un nipote, il figlio del figlio, che lo segue con garbo e ammirazione e che gli raccomanda di non stancarsi troppo con le interviste. C’è inoltre un giovane regista che filma tutto in vista della redazione di una monografia in forma di documentario. È il momento di congedarsi. Ci si dà appuntamento al concerto di tre giorni dopo. Si respira nell’aria, anche se nessuno l’ha mai dichiarato ufficialmente, che sarà il concerto del congedo di Prêtre dal teatro che, sempre ricambiato, ha amato di più.

Enrico Girardi


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