Come nasce un film-opera

Rosetta Cucchi racconta la nuova "Adriana Lecouvreur" del Comunale di Bologna in onda su Rai 5

 

Più di venti tecnici Rai, tre camion parcheggiati vicino al teatro, turni di ripresa pomeridiani che arrivavano fino a sei ore. Questa è l’opera quando diventa film. Adriana Lecouvreur, inaugurazione della stagione 2021 del Teatro Comunale di Bologna (in onda su Rai 5 il 10 marzo alle 21.15 e poi disponibile on-demand su Rai Play), è una delle produzioni più ambiziose nate in tempo di pandemia. “Stiamo facendo qualcosa di inedito, che vorremmo riproporre come format anche in futuro”, promette il sovrintendente Fulvio Macciardi, che anziché puntare sullo streaming in diretta ha voluto concentrarsi su un prodotto televisivo destinato a durare. Tutto il teatro è stato trasformato in un set, sotto la guida di Rosetta Cucchi, che firma la regia. Asher Fisch, il direttore, ha dovuto adeguarsi ai “diktat” delle riprese, così come il cast, formato da Kristine Opolais (al debutto nel ruolo del titolo), Luciano Ganci, Nicola Alaimo e Veronica Simeoni. Anche la parte musicale è nata con un certosino lavoro di montaggio delle scene, pezzo dopo pezzo. Tante prime volte entrano nella storia del teatro bolognese: la prima di stagione a porte chiuse, la prima in differita (il capolavoro di Cilea è stato registrato e montato in febbraio), la prima nel ruolo e nel teatro per il soprano lettone Kristine Opolais, star legata a doppio filo al Metropolitan, dove nel 2014 si guadagnò fama internazionale per aver cantato Butterfly e Bohème nel giro di 18 ore con meno di tre ore di sonno. Rosetta Cucchi ha ambientato questo film-opera n tutti gli spazi immaginabili del teatro, con quattro atti divisi in altrettante epoche storiche, come se l’attrice Adriana Lecouvreur diventasse via via la musa di ogni tempo, da Sarah Bernhardt a Yvonne Printemps, da Greta Garbo a Catherine Deneuve. 

Rosetta Cucchi, come cambia il suo lavoro, pensando in termini cinematografici e non solo teatrali?
“La sfida è difficilissima, perché un film solitamente si fa in sei mesi, mentre in questo caso i tempi si accorciano mostruosamente. Non c’è un angolo che non sia stato trasformato in un set. Abbiamo sfrutto quasi tutti gli spazi del teatro. C’è così tanta gente che ci lavora che sembra di essere tornati al tempo dei Bibiena, quando fu inaugurato nel 1763”.

La storia del resto è ambientata in quel secolo, alla Comédie-Française.

“Sì, anche se la protagonista, interpretata da Kristine Opolais viene colta in epoche diverse: nel secondo atto dal Settecento ci spostiamo nella Parigi di Sarah Bernhardt. Poi siamo nel Novecento, con richiami a Greta Garbo e Loie Fuller, pioniera della danza moderna. 

Nell’ultimo capitolo arriviamo agli anni ’60-’70 del Novecento nella Parigi della Nouvelle Vague: una sorta di diario intimo di una generazione nuova ma inquieta dove la nostra protagonista, che potrebbe ispirarsi ad Anna Karina o a Catherine Deneuve, si confronta con se stessa e con l’immagine che il mondo ha di lei, come in un film di Jean-Luc Godard”.

Cambia anche il modo di recitare attraverso i secoli?

“Assolutamente sì. Abbiamo fatto un grande lavoro per rendere credibili i movimenti e i gesti di un Settecento rispetto al secolo successivo o alla storia recente”.

Sulla sua tabella di marcia compare sempre la parola “fegatelli”. Di cosa si tratta?

“I fegatelli in gergo cinematografico sono le scene brevi di raccordo, che giriamo in varie parti del teatro, dai palchetti ai corridoi oppure al foyer, appositamente preparati dalle nostre squadre per evitare ‘anacronismi’. Le riprese televisive del resto permettono cose che sarebbero difficili se non impossibili dal vivo”.

Lei, che al Comunale mosse i primi passi della sua carriera quasi 25 anni fa, avrebbe dovuto firmare lo stesso titolo a Bologna nel maggio scorso. È stata difficile la “riconversione” del progetto?

“In questo periodo storico bisogna avere una gran fantasia per coniugare quello che si può fare con quello che vuoi fare. La cosa più facile sarebbe chiudere e rinviare tutto. Per me non è la soluzione. Bisogna dare la possibilità al pubblico di fruire ugualmente degli spettacoli. E agli artisti di lavorare”.  

Luca Baccolini

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