A spasso nelle catacombe

A Roma dal 23/5 "L'angelo di fuoco" di Prokof'ev. Emma Dante: "Lo porto nei sotterranei di Palermo"

Emma Dante torna all’opera con uno dei titoli più esoterici del teatro russo, L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev, di cui l’autore stesso approntò il libretto dal romanzo del 1908 di Valerij Brjusov. Il Teatro dell’Opera di Roma lo presenta in una nuova produzione in lingua originale: cinque recite dal 23 maggio al primo giugno con Alejo Perez sul podio a dipanare gli intrecci simbolisti di un’opera del 1927 che Prokof’ev non vide mai rappresentata in scena (l’autografo, ritenuto perso, verrà rinvenuto a Londra nel 1977, a 23 anni di distanza dalla prima esecuzione in forma di concerto a Parigi). Nel cast Evgenia Muraveva è l’enigmatica Renata, posseduta dalle visioni dell’Angelo di Fuoco in cui rivede l’immagine dell’amato Heinrich; Ruprecht è interpretato da Leigh Melrose, che ama Renata ed è pronto ad accompagnarla nelle sua folle ricerca, che alla fine le costerà l’interrogatorio e la condanna dell’Inquisitore, una proiezione venata di aspre inquietudini espressioniste, tra agitazioni, deliri e ossessioni monomaniacali che prendono la strada dell’esorcismo.

Siamo nella Germania del XVI secolo. Per lei, invece, dove si colloca l’azione?

“La scenografia sarà ispirata alle Catacombe dei Cappuccini di Palermo, ma già dalla prima scena in locanda si vedrà la presenza di questi loculi sinistri in cui i personaggi rientrano, come fossero già morti. È un’opera che oscilla tra il sogno e l’incubo, che crea un continuo effetto di straniamento, una sospensione del tempo”.

Per lei è anche il debutto nel teatro musicale russo.
“Sì. L’ultima mia produzione in campo operistico è stata nel dittico Voix humaine/Cavalleria Rusticana (Teatro Comunale di Bologna, 2017, ndr). Qui siamo invece in un teatro molto più spirituale, in senso esoterico e simbolico. L’Angelo di fuoco è un concetto difficilmente afferrabile, che si sposta di continuo. Per questo ho scelto di rappresentare Madiel’, l’Angelo, attraverso una coppia di danzatori che simboleggiano il bene e il male, e che danzano in maniera forsennata una breakdance in cui braccia e gambe non possono essere separate. Perché bene e male, inferno e paradiso non sono mai disgiungibili”.

Come sarà passare dal verismo di “Cavalleria” al simbolismo estremo di quest’opera faustiana?
“In generale non mi preoccupo molto delle definizioni che attengono al periodo storico o alla corrente musicale. Quando vengo coinvolta in un progetto operistico guardo il titolo, non il secolo della composizione. Amo le opere in cui i personaggi non sono scolpiti attraverso uno stereotipo. E anche se lo fossero la prima cosa di cui mi preoccuperei sarebbe danneggiarli un po’, trovare i loro difetti. Qui il mio compito è agevolato dall’indefinitezza dei caratteri, che sono più delle idee, dei concetti. Mi riservo anche di cambiare opinione nel corso delle prove: la musica prende direzioni diverse a seconda del carattere e della fisicità dei cantanti”.

Come risolverà il rapporto tra Renata e Ruprecht?
“La differenza è tutta in ciò che inseguono: Renata cerca qualcosa di indefinibile, dialoga con un’assenza; Ruprecht invece ama lei concretamente. Lo scarto drammatico sta in questo solco. Quando Ruprecht decide di affrontare a duello l’uomo che Renata pensa di riconoscere (e di amare attraverso l’immagine dell’Angelo) sfiderà proprio l’Angelo, ma non saprà da che parte colpirlo, se sul lato del bene o su quello del male”.

Luca Baccolini

 

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