Una Turandot da MoMA

A Palermo apertura di stagione con Cherstich e il collettivo russo AES+F. Video-arte al potere

Turandot si conferma terreno congeniale per la ricerca di nuove possibilità teatrali. Stavolta attraverso la video-arte. Per l’apertura di stagione il Teatro Massimo di Palermo scommette sul progetto del regista Fabio Cherstich (nella foto) e del collettivo russo AES+F, sigla che racchiude da trent’anni l’esperienza di quattro artisti visivi esposti dal MoMA al Pompidou, provenienti dall’architettura, della grafica e della fotografia, che mai prima d’ora avevano lavorato al servizio dell’opera. Il loro linguaggio supporterà scene, video e costumi, aderendo a una poetica iper-realista e allegorica, influenzata dall’estetica del videoclip e dei videogame, del glamour pubblicitario e del fantasy cinematografico. Sul podio, per otto recite dal 19 al 27 gennaio, dirigerà Gabriele Ferro. Tatiana Melnychenko è Turandot, Brian Jagde nei panni di Calaf, Liù è Valeria Sepe.
Fabio Cherstich oltre che una regia firma un progetto, perché, “non credo alle semplici messe in scena, come non credo che i registi possano fare qualsiasi titolo”, spiega sul numero di gennaio di “Classic Voice”.
In che senso “progetto”?
“Non credo ai titoli buttati sul tavolo arbitrariamente. Ogni opera ha una sua storia, e non è giusto che tutti i registi facciano tutto. Per questa Turandot ho voluto fortemente questa collaborazione. In ballo inizialmente c’era un’opera di Rameau. Quando abbiamo virato su Puccini, ho espressamente voluto coinvolgere AES+F perché credo siano gli artisti più adatti a sviscerarne significati. Non portiamo quindi in scena semplicemente Turandot, ma un progetto Turandot”.
Con quali coordinate?
“Partiamo dal presupposto che è una favola. Ma è una favola globalizzata, scritta in persiano e poi adattata a orientalismi posticci. La nostra Turandot è nella Cina del futuro, multietnica, caratterizzata da un matriarcato digitale, con un esercito di robot fatti a sua immagine e somiglianza e un popolo che si ciba (vorrei dire si eccita) grazie alla violenza. Il sangue non è una nostra invenzione, è onnipresente in tutto il libretto, che ha aspetti terribili piuttosto espliciti”.
Anche la società del futuro è matriarcale?
“In Turandot vige il matriarcato perché, in una Pechino utopica del futuro, lei ha tolto di mezzo il padre (che infatti vive in un polmone artificiale). In quest’opera c’è un grande problema di rapporti non risolti tra padri e figli. Vale anche per Calaf, che in fondo è un figlio ribelle. E non per caso si innamora di Turandot, che è simile a lui. Per comunicare i due si rivolgono enigmi, usano quindi lo stesso codice: due prepotenti che si sono trovati. E sotto di loro il corpo di Liù, che giacerà in scena fino alla fine”.
Come risolve il problema del finale dell’opera. Turandot si redime, diventa umana o resta ancorata alla sua natura di ghiaccio?
“Credo che il suo non sia un personaggio in senso dinamico. È la reazione degli altri attorno a lei che mi interessa. Lei era e rimane irrisolta. Del resto, a me non preme raccontare la morale dell’amore che redime. Qui stiamo parlando di rapporti conflittuali, di ferite del passato. Questa società matriarcale è il riflesso di un trauma che viene da lontano, più precisamente da uno stupro (‘un grido disperato risuonò’). E non c’è alcuna forzatura del libretto”.
L.B.

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241 - Giugno 2019
Classic Voice