Le stalattiti di Tristano

Il Comunale di Bologna inaugura con un Wagner visionario. Dirige Valčuha

Dal 1871 al 1914, ovvero dal Lohengrin (prima apparizione wagneriana in Italia) fino al debutto di Parsifal, Bologna fu l’indiscusso avamposto italiano della nuova musica tedesca. Cinque prime assolute di Richard Wagner ebbero luogo al Teatro Comunale, grazie al lavoro di tre direttori cresciuti con una formazione culturale cosmopolita come Angelo Mariani, Luigi Mancinelli e Giuseppe Martucci. Fu quest’ultimo, nel giugno del 1888, a dirigere la prima italiana (e in italiano) di Tristan und Isolde, cui assistettero Arturo Toscanini, Gabriele D’Annunzio e, in una replica successiva, anche il ventiquattrenne Richard Strauss, che solo pochi anni prima s’era visto sequestrare la partitura dal padre, primo corno a Monaco e a Bayreuth, eppure fervente antiwagneriano. È proprio col Tristano che Bologna ha deciso di aprire la stagione 2020, inaugurando un progetto pluriennale in cui verranno proposte nuove produzioni dei cinque titoli wagneriani che debuttarono a Bologna, toccando così anche Olandese volante Tannhäuser. È un ritorno agli antichi fasti voluto fortemente dal sovrintendente (in via di riconferma) Fulvio Macciardi, che ha deciso di riannodare un filo con le grandi stagioni in cui tra gli anni Ottanta e Novanta si alternavano Christian Thielemann, Riccardo Chailly e Daniele Gatti. A salire sul podio questa volta sarà Juraj Valcuha, in una produzione nata e condivisa con il Theatre de La Monnaie di Bruxelles, andata in scena lo scorso maggio e già recensita su “Classic Voice”. Ralf Pleger e Alexander Polzin firmano a quattro mani il progetto artistico dell’ambiziosa messa in scena, per il trasporto della quale si sono resi necessari diciotto camion. Il motivo si intuirà subito al prim’atto, giocato su enormi stalattiti che trafiggono lentamente lo spazio scenico, proseguendo poi con un’enorme installazione vegetale (nella foto a destra, ndr che occuperà tutta la parte centrale del dramma durante il duetto tra i due protagonisti (Stevan Vinke e Ann Petersen nel primo cast, Bryan Register e Catherine Foster nel secondo). Per Pleger, che nel bicentenario wagneriano aveva diretto Wagner files, un film a metà strada tra documentario, fiction e animazione, il baricentro drammaturgico di Tristan und Isolde è nel filtro d’amore: “La musica di Wagner – spiega il regista – indica chiaramente che il filtro è tutto tranne che un placebo. Si può avvertire chiaramente la sostanza penetrare nel corpo e prendere possesso dei protagonisti, modificandone l’essenza e il loro modo di percepire il mondo, accedendo così a un nuovo livello di coscienza. Wagner è interessato alla modificazione delle percezioni individuali e per un regista è affascinante immaginare l’esperienza sensoriale vissuta da questa coppia. In questo senso, Tristan è un’opera d’arte totale e psichedelica, che ci porta a riflettere sul concetto di normalità del mondo. Wagner lavora su livelli di coscienza multipli, giocando d’anticipo rispetto alla psicologia moderna”. A Bologna, dove sono previste cinque recite fino al 31 gennaio, Albert Dohmen canterà nel ruolo di Re Marke, mentre Brangäne sarà interpretata da Ekaterina Gubanova. Kurwenal è Martin Gantner. Sullo stesso palcoscenico approderà in futuro anche Parsifal con la regia di Graham Vick, in scena a Palermo due giorni dopo la prima bolognese di Tristan und Isolde.
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258 - Novembre 2020
Classic Voice