Roma ha due regine

Anna Bolena, due soprani in scena a Roma fino al primo marzo. Lo racconta Riccardo Frizza

Anna Bolena s’è ripresa il Costanzi, dov’era apparsa solo due volte nel Novecento. Un’altra tappa sulla strada del recupero di titoli poco rappresentati al Teatro dell’Opera (in marzo arriverà Orfeo ed Euridice con la regia di Robert Carsen, mancava dal 1968). Riccardo Frizza per l’occasione dirige due soprani (com’era nella “Bolena” delle origini) e Carmela Remigio passa alla parte di Giovanna di Seymour. È un Donizetti da Festival quello che resterà in scena a Roma fino al primo marzo, e non solo perché a dirigere Anna Bolena, che al Costanzi si vide solo nel 1977 e nel 1979, ci sarà uno specialista come Riccardo Frizza, direttore musicale del Festival Donizetti. Per questa nuova produzione, affidata alla regia di Andrea De Rosa, s’è scelto di ricorrere a due soprani, come da dettato donizettiano, una pratica in realtà assai poco usata. A raccogliere la sfida è Carmela Remigio, già apprezzata Bolena a Bergamo nel 2015, questa volta nei panni di Giovanna di Seymour. Maria Agresta canterà nel ruolo del titolo, Alex Esposito nei panni di Enrico VIII.
Maestro Frizza, l’adozione del doppio soprano non è solo un dettaglio vocale.
“È la stessa questione posta dal ruolo di Adalgisa in Norma. Il merito di far cantare Giovanna di Seymour a Carmela Remigio, quindi a un soprano, devo darlo al direttore artistico Alessio Vlad, e io l’ho appoggiato in pieno. È una scommessa interessante, perché il registro vocale, al di là della cifra espressiva con cui lo si riempie, fa cambiare la percezione del personaggio”.
Che regina è Bolena, tra le tante di Donizetti?
“Molto diversa da Elisabetta. Anna viene dal popolo, è un carattere ribelle, che non sa stare al suo posto. La sfida è far sentire come Donizetti ha messo in musica tutto questo”.
Perché Anna Bolena non è ancora entrata nel novero dei suoi capolavori più noti?
“Fu un titolo cucito sulla gola di Giuditta Pasta, dalla complessità vocale smisurata. Il compito di rivalutare certe opere di Donizetti, secondo me, passa dalla credibilità drammaturgica che vogliamo dargli. Finché non lo tratteremo con la stessa serietà che diamo a Verdi non faremo grandi passi in avanti”.
Cosa manca perché questo accada?
“Restituire dignità drammaturgica anche là dove l’arditezza belcantista sembra prevalere. È chiaro che Donizetti scrive nella gabbia del belcanto, e lo fa in un’epoca in cui la vocalità aveva un peso specifico molto maggiore. Ma non per questo il suo teatro ha meno potenza. Occorre restituirgliela. Quando Verdi scrive I Lombardi alla prima crociata, che ho appena diretto a Bilbao, mi sembra che mostri un punto di contatto fortissimo con la Bolena. Eppure il nostro approccio ai “Lombardi” è molto diverso, perché lo filtriamo con il Verdi dell’avvenire”.
La strada della Donizetti renaissance dove la porterà?

“Mi piacerebbe molto dirigere Le duc d’Albe o Belisario. Fin qui ho diretto una quindicina di titoli donizettiani, forse sedici. Già con il Castello di Kenilworth, all’ultimo Festival, mi sono tolto una grande soddisfazione, perché abbiamo dimostrato quanto quest’opera possa stare sul palcoscenico”.
Luca Baccolini

 

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