E Stravinskij?

La nuova stagione della Scala impressiona per varietà e qualità. Ma rimuove la visionarietà del secolo di cui siamo figli

MILANO – Con quindici titoli d’opera – fortemente voluti e ottenuti dal sovrintendente – la Scala si presenta al mondo con un cartellone 2017-2018 imponente e diversificato. Imperniato ma non appiattito sull’“italianità”. Con quindici-titoli-quindici – senza gli sconti e le riduzioni prudenziali tramate all’interno – si possono mettere in scena due opere del “verismo” (definizione grossolana ma efficace e comprensibile a tutti) come Andrea Chénier per il prossimo 7 dicembre (dirige Chailly, regia Martone, con la coppia anche nella vita Netrebko-Eyvazov) e la davvero significativa Francesca da Rimini di Zandonai con libretto da D’Annunzio e notevole dispiego di forze artistiche (Luisi, la regia di Pountney, la voce della Siri); ma ci si può nello stesso tempo dedicare a un prezioso Orphée et Eurydice di Gluck (Mariotti sul podio, Florez come Orfeo, nuovo spettacolo da Londra, nella foto in basso) o portare per la prima volta alla Scala Fierrabras (nella foto in alto), il sorprendente Schubert teatrale con Harding, Stein e un appropriato cast “liederistico” (Röschmann, Werba, Fritsch).

Con quindici-titoli-quindici si può dare una nuova rilevanza al belcanto, senza accontentarsi (Anna Bolena docuit), ma affidandolo a direttori-regie-cast di primattori, talvolta pure nuovi: Chailly e Livermore nel Don Pasquale (con Maestri, Feola e Barbera), il talentuoso Frizza con le concettose ma intriganti soluzioni sceniche di Loy nel belliniano Pirata dove spicca la presenza della  Yoncheva; ma nello stesso tempo riallestire Fidelio (regia Warner) ed Elektra (l’ultimo Chéreau), affidandoli alle bacchette illustri di Chung e Donhnány.
Si possono perfino concedere ben tre Verdi, Simone, Aida, Ernani (solo quest’ultimo nuova produzione di Bechtolf), sfoderando nei primi due la compiutezza vocale della Stoyanova e nel terzo dei Meli, Piazzola e Abdrazakov, senza però dover rinunciare alla mozartiana Finta giardiniera con gli strumenti barocchi di Fasolis, alla prima mondiale di Fin de partie di Kurtág (attesa da dieci anni e più volte rimandata), all’Alì Babà di Cherubini per il Progetto Accademia o alla nuova prima scaligera del Pipistrello guidata dal viennese d’adozione Zubin Mehta. Con quindici-titoli-quindici si può quindi diversificare, senza provincialismi italioti. A maggior ragione, dunque, stupisce l’assenza di un intero secolo e della sua cultura visionaria: il Novecento. Dove sono i suoi grandi titoli “storici”? Possibile che chi si forma a Milano negli anni di Pereira e Chailly possa non aver mai ascoltato una nota (operistica) di Sostakovic, Stravinskij, Prokoviev, Britten, Janácek, Debussy, Hindemith, Berg, Schoenberg, Bartók, Bernstein e…? Ne basterebbe uno l’anno. Invece alla Scala la modernità, come nei vecchi programmi del liceo, si ferma a D’Annunzio.

Andrea Estero

 

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