Il concerto testamento di Tate

In disco una miracolosa "Incompiuta" di Schubert e la Terza Sinfonia di Casella con la Fenice

Jeffrey Tate aveva un’idea interpretativa per ogni particolare delle partiture che affrontava. Durante le prove si fermava quasi ad ogni battuta. Essendo consapevole di non poter dar sfogo ad una gestualità estrema in esecuzione, sembrava voler concordare tutto in anticipo. Poi, durante il concerto, affidava alla precisione inesorabile della mano destra la scansione del pulsare ritmico e gli attacchi, aiutandosi anche con perentori sguardi e rari interventi della mano sinistra. I suoi tempi erano in genere pacati e gli va dato atto che li sapeva sostenere come pochi. Da un lato ogni risvolto espressivo era evidenziato, dall’altro egli ricreava una solennità ispirata, che raggiungeva il suo culmine, a nostro avviso, nel suo Bruckner.
L’Incompiuta di Schubert, inclusa nel suo ultimo concerto alla Fenice diretto lo scorso aprile, con questo tipo di lettura cessava di apparire una sinfonia difettiva, e conquistava un’autonoma compiutezza come se nulla più dovesse seguire dopo i suoi due soli movimenti, non diversamente da certe Sonate del tardo Beethoven. Completando il programma con la Terza sinfonia di Casella, quella sera, la duttilità estrema di Tate fu manifesta. Nessun impaccio nel passare dai fremiti dell’incipiente romanticismo al linguaggio novecentesco del compositore torinese. Giustamente Massimo Mila sottolinea come sia “ancora il contrappunto l’elemento vitale” in questo lavoro della maturità di Casella. Grazie all’acuminata analisi di Tate, ogni risvolto, ogni intrico di linee apparvero all’uditorio in totale trasparenza.

(L’articolo completo di Massimo Contiero sull’ultimo concerto alla Fenice di Jeffrey Tate, album digitale inedito riservato ai lettori del nostro mensile, si può leggere nel numero di luglio-agosto di “Classic Voice”)

 

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