Beethoven – Sonate per pianoforte op. 2, 7, 49

pianoforte Costantino Mastroprimiano
2 cd Aulicus ALC0026

 

Uno specialista dell’esecuzione su strumenti d’epoca come Mastroprimiano non è certamente attento solamente a questioni timbriche proprie dei pianoforti d’annata (o di copie conformi, come in questo caso) ma estende le sue ricerche e i suoi risultati esecutivi anche a tutto il discorso sul fraseggio, sul valore delle pause, sul movimento interno delle parti e così via. E direi che forse la componente più interessante di questa integrale in fieri delle sonate beethoveniane risiede appunto nella varietà del fraseggio, diciamo pure della lettura ravvivata di testi che a volte sembrano fin troppo cristallizzati secondo una visione inamovibile. Mastroprimiano infonde insomma in questi testi sacri uno spirito che a volte rende al meglio un certo carattere improvvisatorio proprio di composizioni che il giovane Ludwig presentava con orgoglio nelle sale dei palazzi nobiliari viennesi. Vedremo ovviamente quante e quali soprese ci riserverà il pianista nella lettura delle sonate successive, se utilizzerà strumenti che seguono cronologicamente lo sviluppo della scrittura beethoveniana e via dicendo.
Di esempi se ne trovano qui a bizzeffe: la conclusione intensa del primo movimento dell’op. 49 n. 1 nel registro grave (con l’utilizzo del cosiddetto “moderatore”), il finale della stessa sonata con un improvviso accelerando ad effetto nell’ultima pagina, quasi a sottolineare un carattere di parodia della sonata stessa; gli abbellimenti aggiunti nel finale dell’op. 49 n. 2; l’andamento mosso dell’episodio centrale nell’adagio dell’op. 2 n. 1 e il fraseggio mobilissimo del finale; ancora l’utilizzo del moderatore nel primo e ultimo movimento dell’op. 2 n. 2; la realizzazione di certi abbellimenti nel primo movimento dell’op. 2 n. 3.
Nel complesso di questo faticoso progetto, a parte le scelte specifiche del pianista, colpisce ancora una volta un fenomeno del quale si è già parlato molte altre volte, ossia il valore aggiunto dovuto alle differenze timbriche proprie degli strumenti d’epoca. Differenze che vengono evidentemente utilizzate dal compositore nella stesura di questi lavori e che rendono ad esempio molto più chiaro il significato di certe ripetizioni di frammenti melodici a diverse altezze o il disegno di certi particolari (si noti la breve cadenza che precede la coda del primo movimento dell’op. 2 n. 3, che “vibra” proprio grazie alla diseguaglianza della cordiera). Si tratta di dettagli che spariscono quasi completamente nell’esecuzione su strumenti moderni, che tendono a “normalizzare” la timbrica, tranne forse, parzialmente, nel caso di pianoforti particolari come i Bösendorfer. Mastroprimiano tende quindi a valorizzare tutte le componenti cui accennavamo per trasformare quello che potrebbe essere un approccio pedantemente filologico in una questione di pura espressione musicale.
Luca Chierici

 

 

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