Lekeu – Integrale dell’opera

interpreti  vari
direttore Pierre Bartholomée
orchestra Philharmonique de Liège
8 cd Rice rcar Ric 351
prezzo 35

 

Al nome del compositore belga ottocentesco Guillaume Lekeu si associa invariabilmente quello di un assai più illustre compagno d’arte ovvero Marcel Proust, e il perché è presto detto: nella seconda parte, Un amour de Swann, del primo tomo della Recherche il protagonista Charles s’infiamma della musica di una Sonata per pianoforte e violino (sic) di tale Vinteuil e per il tramite di quella musica di forte envergure sensuale egli inizia il proprio corteggiamento a Odette de Crècy. Orbene, non pochi hanno sospettato essere l’immaginaria Sonata di Vinteuil identificabile con l’analogo prodotto di Lekeu, quella Sonata in sol maggiore che rimane l’unico lavoro di relativa notorietà del quasi ignoto Belga. Proust ne fu dunque tramite involontario sebbene non lo nomini mai nel suo grande romanzo; e sebbene anche altri compositori, vedi almeno Franck e Saint-Saëns, siano stati a turno indicati quali ispiratori dell’inesistente Vinteuil, il nome di Lekeu pare potersi dire il più accreditato a farsi riconoscere quale alter ego del proustiano Vinteuil per via di un non esiguo tratto distintivo, l’adozione della cosiddetta “petite phrase” che tanta parte ha nell’integrale della sua opera.
Preambolo non vano acciocché meglio s’intenda la presenza di Lekeu nel paesaggio della musica occidentale del secolo decimonono. L’occasione è offerta dall’editrice Ricercar che ha di recente pubblicato in otto cd l’integrale dei lavori compiuti di Lekeu affidandola a un nutrito drappello di esecutori e facendo sì che    infine si prenda cognizione di un autore il cui nome ci coglie impreparati affatto a dirimerne i contenuti così come a volte vanno i fatti del mondo. Lekeu era nato in Vallonia, a Heuzy, Verviers, nel 1870 e sarebbe morto di tifo la miseria di ventiquattro anni più tardi ad Angers nel 1894, ma in vita avrebbe goduto di paternità artistiche quali quelle di Franck e d’Indy e di amicizie influenti nel suo destino d’artista come quelle del violinista Eugène Ysaÿe. Trattasi di produzione musicale in gran prevalenza cameristica con rare (e non decisive) escursioni nel sinfonico che potremmo incasellare, ma senza farci prendere dallo stereotipo, nel campo del franckismo e altresì in quello della musica tedesca, con riferimento precipuo a Wagner. Pure il giovanotto, il quale fu sovente accusato di maladresse compositiva per via dell’esigua conoscenza degli strumenti, aveva idee personali non sottovalutabili come si scopre all’ascolto; e se i campi d’elezione erano certamente quelli descritti su di essi ebbe sovente la meglio l’originalità di tratto che ne svela la natura interiore anche a svantaggio dell’ipercromatismo sovente abusato. Per curioso che sia alle tante composizioni di ampio respiro (il Quartetto per archi esibisce movimenti in numero di sette), si alternano più spesso pezzi per piano, per violino e piano (esemplare la Sonata per vlc. e piano, tra le opere di più avanzato linguaggio) ai quali pare di poter assegnare invece la supremazia perché ivi si rinuncia a quella esuberanza dell’eloquio che è sovente tradita dall’enfasi (vedi i lavori con orchestra), per delineare un più ristretto campo di valori espressivi. È il caso di opere quali, ad esempio, la breve Berceuse et Valse per pianoforte che memorizza una celebre frase gounodiana variandone con talento i tratti, o la splendida Méditation per quartetto d’archi; o ancora la citata Sonata per violoncello e piano nella quale si ammira la spregiudicatezza del dialogo fra i due strumenti, il Trio in do minore per vl, vlc e pf, i Tre pezzi per piano nel cui terzo tempo, Danse joyeuse viene alla luce uno dei rarissimi momenti di gioia del musicista. Ciò per una enumerazione minima a beneficio del lettore già che troppo spazio imporrebbe una elencazione della moltitudine di opere di questo autore abbastanza al di fuori degli schemi consueti.
Dicevo dei tratti di migliore originalità di Lekeu, e ciò detto andrà almeno specificato in che essi trovino la loro consistenza e, se si vuole, il loro limite. Due sono in sostanza quelli assolutamente peculiari: la mestizia di fondo che si enuclea dalle note e dall’andamento, quasi costui fosse presago di quanto poco egli fosse gradito agli dèi, e l’adozione in ciascuna delle sue musiche del concetto già menzionato di “petite phrase”. Vuol dirsi che Lekeu non ha la forza o forse la volontà di prodursi in ampi spazi privilegiando quasi costantemente il frammento ed eleggendolo a motore della sua ricerca sul linguaggio, che è certo dominata dall’ipercromatismo che era al tempo legge per i franckiani e i wagneriani ma che viene spesso superata dall’alto di una visione personale affatto del modo di condurre il discorso musicale. Le scarse notizie che si hanno della sua vita, trascorsa tra il Belgio natale e Parigi, sono compensate dall’abbondanza dell’epistolario di cui il cofanetto Ricercar ci dona vasta sintesi nella ampia stesura delle note di Jérome Lejeune; ed ivi è possibile recuperare qua e là quello che fu l’afflato maggiore del Belga, ovvero corrispondere all’avanzamento del linguaggio con il suo personalissimo senso del comporre.
Era quasi inevitabile che questa nota di recensione sostasse assai più del previsto sulle caratteristiche del personaggio Lekeu, vista la di lui lontananza da qualsivoglia concetto di notorietà. Ma rimane qualche spazio per dire della folta compagine di interpreti destinati a celebrarne i fasti postumi. La Ricercar ha fatto di tutto per esibirne le musiche col massimo di possibile veridicità; e se alcuni di costoro, a me quasi del tutto ignoti, hanno prevalente presenza, si dice dell’ottimo pianista Luc Devos, del violoncellista Luc Dewez, del Quartetto d’archi Camerata e infine dell’Orchestre Philarmonique de Liège diretta da Pierre Bartholomée, quasi tutti hanno bastevole stoffa a suffragare la scelta dell’editrice. Farò un ulteriore cenno per le voci che si impegnano nella diffusione delle poche (non essenziali) liriche da camera, ma soprattutto per dar il giusto titolo di merito ai soprani Greta De Reyghere, ammirevole in un Plaint d’Andromède, e Dynah Briant che interpreta con bello squillo quella giovanilissima Andromède con la quale Lekeu ottenne il secondo premio al Prix de Rome del 1891. Le registrazioni sono tutte di ottimo livello.
Aldo Nicastro

 

 

 

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