Mahler – Sinfonie n. 6

direttore  Michael Gielen
orchestra Swr  Sinphonienorchester Baden Baden und Freiburg
3 cd  SWR Classic SWR 19080 CD

Per ricordare Michael Gielen, scomparso all’età di 92 anni nel marzo del 2019, la Swr, cui Gielen ha offerto una lunga collaborazione, ha realizzato questo cofanetto come testimonianza “in memoriam” decisamente originale, un modo di rimarcare la personalità di un direttore che ha come pochi dedicato con tanta sensibilità le proprie energie alla causa della musica contemporanea; basterebbe accennare alla prima di Die Soldaten a Colonia nel 1965. Uno scorcio illuminante della qualità penetrante dell’interprete è appunto offerto da questo cofanetto in cui sono accostate due esecuzioni della Sesta Sinfonia di Mahler realizzate a distanza di quarant’anni. La prima risale infatti al 1971, una registrazione effettuata nello Studio Rosbaud di Baden Baden che ha poi avuto un destino discografico confuso e dispersivo, attraverso canali minori in cui lo stesso nome del direttore era stato occultato dietro figure sconosciute, come Eduard van Lindenberg o Hartmut Haenchen; la seconda registrazione  è quella effettuata con la Swr al Festival di Salisburgo il 21 agosto 2013. Estremamente interessante il confronto per le profonde differenze, comprensibili nel lungo lasso di tempo che separa le due registrazioni, un tempo lunghissimo durante il quale l’approfondimento dell’opera di Mahler aveva dato frutti inattesi, sul terreno filologico come su quello storico-critico. È su tale trascolorante fondale che va considerata la differenza più evidente, quella riguardante la successione dei due movimenti interni, lo Scherzo e l’Andante moderato, ordine di cui lo stesso Mahler, dopo la prima esecuzione a Essen nel 1906, sospinto da dubbi e incertezze, invertì la sequenza per poi riportarla alla versione originaria. Gielen che nella registrazione del 1971 propone la versione Scherzo-Andante, in quella del 2013 inverte i termini, scelte che riflettono il travaglio dello stesso compositore dove si intrecciavano tanti interrogativi, riguardanti i percorsi tonali quanto più prementi istanze “drammaturgiche” o “narrative” (pensando alla illuminante lettura di Adorno). Ma la differenza più suggestiva e impressionante è quella delle durate: complessivamente una ventina di minuti in più quella della registrazione del 2013, stacco che assume un rilievo particolare nell’ultimo movimento che nella seconda proposta di Gielen affiora con una tensione strutturale più “naturale”, non nel senso di una necessaria chiusura del cerchio ma di una più scoperta confessione: per citare ancora Adorno “ciò che si svolge in questo Finale si identifica con la sua stessa negazione in forma di una pregnanza meramente musicale” .
Gian Paolo Minardi

 

 

 

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