Gluck – Orphée et Eurydice

interpreti M. Crebassa
H. Guilmette, L. Desandre
direttore Raphael Pichon
orchestra Ensemble Pygmalion
regia Aurélien Bory
regia video François Roussillon
dvd Naxos 2.110638

 

Non si può dire non siano andati giù pesanti, direttore e regista, nell’allestire quest’edizione. Sul Gluck-Berlioz (o Berlioz con un po’ di Gluck?) i pareri possono essere soggettivi: però, dopo diverse edizioni-capolavoro tanto dell’Orfeo viennese del 1762 quanto dell’Orphée parigino del 1774, il fritto misto berlioziano (con un po’ d’aiuto da parte di Saint-Saëns) del 1859 cucinato per la Diva Pauline Viardot, oggi come oggi a me pare singolarmente privo di autentico appeal. Per giunta, qui si sostituisce l’Ouverture iniziale con la sezione Larghetto del balletto gluckiano Don Juan, che poi si riprende alla fine, tagliando il Terzetto tra Amore, Euridice e Orfeo e di conseguenza l’happy end. Vero è che questo povero Orfeo ne ha subite di tutti i colori quanto a edizioni, ma ormai mi pare ci si dovrebbe rassegnare al fatto che ce ne sono solo due, dopo tutto firmate in toto dall’autore. Infine, quantunque suonino senz’altro bene, gli strumenti antichi con l’orchestrazione di Berlioz non vanno molto d’accordo, e la direzione si compiace veramente troppo di strappi dinamici e agogici alla ricerca di contrasti cromatici d’effetto parecchio epidermico.
Lo spettacolo ha una cifra francese che più francese non si potrebbe. Si basa sulla danza, rifacendosi a Balanchine, Mark Morris, Karole Armitage e soprattutto a Pina Bausch. Sfrutta la tecnica Pepper’s Ghost, ovvero la lastra di vetro riflettente palcoscenico e orchestra, con sofisticate illuminazioni per creare l’effetto morphing, vale a dire oggetti e personaggi che diventano trasparenti e sembrano sovrapporsi gli uni agli altri, spesso su di uno sfondo che riproduce la tela di Corot Orphée ramenant Eurydice des Enfers più o meno coeva al pasticcio-Berlioz. Qualche momento suggestivo non manca, come la scena delle Furie: ma certe francesissime strizzate d’occhio raffinato-chic, come Amore tutto in rosa che compare entro un cerchio roteante, o i Campi Elisi lattiginosi, sono d’un manierismo parecchio irritante.
Marianne Crebassa è il nuovo idolo della critica francese, cui personalmente sono restio ad accodarmi: canta benino, ma tanti acuti sono striduli e c’è parecchia aria calda in zona grave, a limitare non di poco un fraseggio alquanto monotono e grigiastro. La sublime aria di Eurydice è cantata maluccio da Hélène Guilmette che ha la scusante di essere indisposta; Lea Desandre è passabile, e il coro molto bravo.
Elvio Giudici

 

 

 

 

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