Balletto: Don Chisciotte

L’Opera di Roma ha inaugurato con una versione propria del balletto

ROMA – Don Chisciotte è gioia, è brio, è leggerezza. Il balletto ottocentesco, in caso di Don Chisciotte, diventa una festa di bravura, un crescendo di ritmo, un vortice di colore. Vicenda spagnolesca, musica austriaca, coreografia francese (quella base di Marius Petipa, con Lev Ivanov, il primo dei grandi coreografi russi, come Basilio) creata in Russia nel 1869.
Quando nel 1903 Alexander Gorsky mise in scena a San Pietroburgo Don Chisciotte, l’taliano Riccardo Drigo compose due nuovi brani per la star Matilda Tchessinskaya: la variazione di Kitri con il ventaglio per il passo a due finale  e quella di lei nei panni di Dulcinea, amata dall’hidalgo, per la scena del sogno. Queste delizie restano nelle produzioni contemporanee del balletto, così come il grand pas dei toreadores, sempre firmato Gorsky dal balletto Zoraiya. Di lì in poi sia in Russia sia in Occidente si è mantenuto per Don Chisciotte il formato in tre atti e più scene, piazza, accampamento zingaro, sogno, nozze, che mette le ali al racconto, dando spazio a tanta tanta danza, dai gitani alle Driadi.
Godersi i balli e la bravura è l’aspettativa di tutti gli spettatori, abituati alle versioni scorrevoli e consolidate, sia quella di Nureyev, montata a Vienna nel 1966 e vigente alla Scala, sia quella di Alicia Alonso, che i ballerini cubani sanno offrire con uno speciale scintillìo virtuosistico.
L’Opera di Roma ha presentato nuovamente una versione propria di Don Chisciotte, “ispirata” a quella di Mikhail Baryshnikov da Petipa e Gorsky (1980, American Ballet Theatre), in realtà montata da Laurent Hilaire, ex braccio destro di Brigitte Lefèvre, direttrice di lungo corso del balletto dell’Opéra de Paris, dove tuttora milita Eleonora Abbagnato, che è alla testa del ballo romano.
La versione Hilaire si dilata rimettendo in gioco brani musicali non più in uso, ad esempio per un passo a due aggiuntivo degli innamorati Kitri e Basilio nel primo atto e poi per una sorta di ouverture del terzo atto e per il gran finale che prende toni da musical più che da divertimento ballettistico.
La direzione d’orchestra di David Garforth è a tratti ultraveloce, il che non significa particolarmente vivace, e comporta comunque qualche stress dei ballerini, salvo farsi attendista, nel chiudere un po’ in ritardo le variazioni solistiche.
Le scene e i costumi di Vladimir Radunsky e A.J. Weissbard, già collaboratore di Ronconi, sono da cartoon per bambini color caramella, a sottolineare anche troppo che Don Chisciotte è una commedia giocosa.
Come protagonisti, i guest Eugenia Obrazova, prima ballerina del Bolshoi, in coppia con Davide Dato, italiano dell’Opera di Vienna, non sfoggiano quell’intesa focosa e sicura che regala la felicità di godersi una serata di pura allegria. Come Espada Claudio Cocino è troppo affettato. Da segnalare però, nella scena del sogno, le belle doti di due Driadi, Federica Maine ed Erika Gaudenzi, e anche le qualità guizzanti di Flavia Stocchi-Amore. Ottimi i caratteristi, Damiano Mongelli-Don Q, Mike Derrua- Sancho Panza il servo astuto, Manuel Paruccini-Gamache, sciocco e ricco pretendente di Kitri, e Michael Morrone-Lorenzo l’oste e padre della bella fanciulla, che rinverdiscono quella che è una specialità italiana da secoli.
Elisa Guzzo Vaccarino


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258 - Novembre 2020
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