Bellini – Norma

Direzione avvincente, Meade spettacolare e meno "americana". Ma la regia andrebbe messa "in cornice"
interpreti A.Meade, P.Gardina, S.La Colla, M.Pertusi
direttore Sesto Quatrini
orchestra Filarmonica Italiana
regia Nicola Berloffa
teatro Municipale

PIACENZA – Gli strani, fascinosi casi del teatro. Pressoché in contemporanea, due Bellini tra i più difficili (quantunque nessun suo titolo sia una passeggiata: comunque, Pirata a Palermo, Norma a Piacenza) hanno beneficiato di due direzioni a diverso titolo rivelatrici, a sostegno di due protagoniste femminili a diverso titolo entusiasmanti.
Grande direzione, questa di Sesto Quatrini. Che coniuga Canova e Donatello in curve melodiche la cui morbida eleganza formale s’anima internamente grazie a magnifici particolari strumentali: sospiri elegiaci, abbandoni melanconici, scatti appassionati, ripiegamenti dolorosi, tutto si discioglie in onda canora che s’avvita rinnovandosi di continuo, pur nella classica compostezza complessiva. In grande spolvero, la Filarmonica Italiana (così come davvero ottima prova ha dato il coro piacentino, e di rilievo i due ruoli di fianco impersonati da Didier Pieri e Stefania Ferrari): ma sotto questa guida, è orchestra che sovranamente canta, e che pertanto sa sovranamente accompagnare il canto, valorizzandolo al meglio.
Certo, i miracoli non li fa più nemmeno Lourdes: e dunque quest’orchestra non può dare gli acuti a chi non li ha, sicché Paola Gardina è un’Adalgisa benissimo fraseggiata ma ogni acuto di forza è uno strazio (e d’altronde, passare da Cherubino ad Adalgisa è faccenda ardua); Stefano La Colla spara torrenti di voce ma disordinati assai, sempre di forza e sovente d’intonazione periclitante. Ma quello che Quatrini ottiene da Norma e da Oroveso è da libro d’oro belliniano.
Angela Meade ha un fior di voce ampia, estesa, robustissima, di bel colore; la tecnica è da fuoriclasse, consentendole autentici prodigi (attacchi flautati nella stratosfera, fantasmagorico do al “sangue romano”, scale tonali discendenti di liquida perfezione, legati superbi a tutte le quote) nell’ambito d’una linea vocale ovunque morbida, perfettamente omogenea, capace di dosare ogni pulsione dinamica con musicalità eccezionale. La sua Norma l’avevo ascoltata a Napoli prima dell’epoca nefasta: identica superstar vocale, ma interprete un po’ troppo all’americana, per così dire. Qui lo stile s’è fatto pressoché perfetto, l’ottima dizione sa farsi accento (sospetto preparazione forsennata col direttore; come dovrebbe sempre essere), e la sua Norma a me pare ormai di attuale riferimento. A maggior ragione indico con sadica voluttà (eh, il melodrammatico dell’amante del melodramma…) un limite inspiegabile: l’assenza del dacapo opportunamente variato di “Ah! bello a me ritorna”. Pazienza se il da capo lo evita questo Pollione nella sua aria, ma da questa Norma lo si pretenderebbe perentoriamente.
A tale figlia, un tale padre. Michele Pertusi non si fa in tempo ad applaudirlo fino a spellarsi le mani come Fiesco a Parma, che ti fa sentire il miglior Oroveso oggi ipotizzabile: non è un gran personaggio, Oroveso, ma Pertusi te lo fa sembrare, con la sovrana morbidezza della sua linea, lo scavo d’ogni parola in ogni frase e d’ogni fonema in ogni parola, le consonanti fatte  “cantare” con la sua ormai proverbiale intelligenza.
Mettere in scena quest’opera e la bislacca sua drammaturgia (portata però avanti da versi bellissimi) centrata sui pupazzi d’una matura imbrogliona che con due figli si finge vestale, una pudibonda ritrosa tutta sì no forse, e un macho di provincia che minaccia sfracelli ma, al solito, solo a parole: faccenda dura. La risolvi solo idealizzandola, giacché se ti squadernano barbone pepli pelli d’animali clave e danze guerriere, il boomerang del comico involontario, sempre dietro l’angolo, sbuca subito. Berloffa fa quindi bene a portarla nell’Ottocento. Ma avrebbe funzionato solo ove l’avesse posta per così dire “in cornice”, creando una prospettiva critica da cui contemplarla: se fai un Ottocento veristico tra vinti mutilati e stampellati e nient’altro, la faccenda d’una vittima sacrificale, d’una donna che regola la vita guerresca, di due figli restati per anni incogniti persino al nonno, d’una “vergine alunna nella sacra chiostra”, diventa troppo, proprio troppo imbarazzante.
Elvio Giudici


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