La febbre sinfonica italiana

Un mese di vertiginose esecuzioni. Ed è sfida tra i grandi maestri del podio

Con le Ottave di Bruckner dirette da Pappano a Santa Cecilia e da Mehta alla Scala, e con i Berliner al Lingotto e al Lac per Lugano Musica – la nuova, imprescindibile, piazza sinfonica a due passi da Milano – si è concluso un mese di vertigini orchestrali. Il fenomeno ha riguardato anche un inedito interesse del pubblico, in tutte le occasioni traboccante (e iper reattivo sui social). La sinfonica sta diventando pop?
Protagonista indiscusso di quest’onda anomala è senz’altro Kirill Petrenko, il direttore siberiano (ma di formazione viennese) che da settembre sarà il nuovo Chiefdirigent dei Berliner Philharmoniker. La sua Nona di Beethoven a Santa Cecilia è il suo manifesto direttoriale (confermato dal successivo concerto torinese con l’Orchestra nazionale della Rai): Petrenko è un direttore d’impronta classica, se con questo termine s’intende il riferimento a una tradizione che elegge il “testo” a imprescindibile punto di riferimento. Ma non è un maestro “oggettivo”. Tutt’altro: le sue interpretazioni sono costituite da una dialettica tra nitidezza e frenesia, tra oggettività e “volontà”. Nella sua Nona la cornice è geometrica, a partire dalla straordinaria definizione dei dettagli. Ma il rilievo risentito dei fiati – memoria beethoveniana della Rivoluzione -, lo stacco nervoso e senza respiro dello Scherzo, l’attacco senza soluzione di continuità dell’ultimo tempo dall’Adagio, e la sua conduzione irrefrenabile ed ebbra di musica: tutto contraddice l’esito monumentale. L’orchestra e il coro di Santa Cecilia, letteralmente trascinati avanti, reggono egregiamente il passo.
Una dialettica analoga, ma opposta, si ascolta nei concerti diretti da Haitink con l’Orchestra Mozart nella stagione di Lugano Musica. Sulla carta il direttore olandese sembrerebbe il meno adatto alla vocazione cameristica delle Mozart, una compagine che ritiene ancora qualcosa dell’ensemble disarticolato e “barocco” voluto da Claudio Abbado: e questa distanza si nota soprattutto in una lussuosa ma poco intrigante esecuzione della Sinfonia concertante di Haydn. Nell“Eroica” è invece felice l’alternanza di un suono imponente, graniticamente strutturato, a pennellate uniche, e di più rare zone di trasparente e articolata leggerezza: il risultato è un monumento sinfonico a pannelli, sagomato tra marmo e luce.
Con il Requiem di Verdi diretto da Teodor Currentzis nella milanese chiesa di San Marco per la Società del Quartetto siamo invece al cospetto della nuova generazione interpretativa. Estrema e spettacolare dato che elegge la stessa “performance” a valore supremo, superiore allo stesso “testo”, ma non meno profonda: ne fa parte, ma non ne è determinante, la stessa cerimonia allestita da Currentzis (l’oscurità, le candele, il saio dei coristi). Quello che conta però è la teatralità intrinseca: nei pianissimi mozzafiato, nelle escursioni dinamiche estreme ma non gratuite, nelle sobbalzanti accensioni e rastremate lentezze. Tutto è a servizio della parola verdiana restituita da un quartetto vocale eccellente e da un coro capace di passare a ogni gesto del direttore dal sussurro impalpabile alla fendente scolpitura.
In questa carrellata merita di essere citato anche l’ultimo concerto della Filarmonica della Scala: orchestra discontinua e proprio per questo in grado di sorprendere. Non solo con la Settima di Bruckner diretta da Luisi con un calore speciale, anche nel porgere le idee più ritmiche e ossessive; ma soprattutto con la Prima di Brahms restituita da Riccardo Chailly con raro equilibrio tra attenzione al dettaglio d’impronta cameristica e vis sinfonica, tra perentorietà ritmica, controllo e abbandono. Un’esecuzione orchestrale da ricordare, che ha visto anche il debutto nel Concerto di Sibelius del giovane Emmanuel Tjeknavorian: un talento dalla musicalità ipnotica.
Andrea Estero

 

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