Quattro inaugurazioni d’opera a confronto

Fenice, Costanzi, Scala, San Carlo. Ma Milano rinunicia alla sua funzione di guida teatrale

Con la Turandot al San Carlo, andata in scena ieri, si è concluso il primo giro di inaugurazioni dei quattro principali teatri d’opera italiani (anticipate da quella del Regio di Torino e del Carlo Felice di Genova). Venezia, Roma, Milano, Napoli, in rigoroso ordine cronologico, hanno dato il La con Racconti di Hoffmann, Mefistofele, Don Carlos e Turandot. Le prime due le recensiamo nel numero di dicembre, le altre saranno sotto le lenti nel prossimo. Chi scrive le ha viste tutte dal vivo, e si concede dunque un paio di riflessioni. Anzi tre. La prima: solo il San Carlo inaugura con Puccini, gli altri si dimenticano che il 2024 cade il centenario pucciniano. Povero Sor Giacomo: Verdi è padre della patria (dieci anni fa, per il bicentenario verdiano, ci fu un putiferio perché La Scala inaugurò con Traviata la stagione 2013-14, e non la 12-13, iniziata con Wagner anch’esso peraltro centenario); Puccini invece resta al massimo un cugino. E bisognerebbe chiedersi il perché. Vedremo nel 2024? No, la Scala ha già annunciato il prossimo 7 dicembre che sarà di nuovo Verdi, La forza del destino. Amen.
La seconda: delle quattro inaugurazioni, tre propongono spettacoli di nuova drammaturgia, non importa se riusciti o meno (leggerete la nostra opinione nei numeri in edicola di “Classic Voice”, o nella loro copia digitale). Una, quella della Scala, fissa un’immagine vetusta, antica: uno scatto dell’opera come si faceva cinquant’anni fa, tutta sartoria, antico artigianato e illustrazione d’epoca ispirata alla storia dell’arte (Velazquez? Rembrandt?). Al di là degli esiti (Lluis Pasqual è stato un importante uomo di teatro) parla una lingua d’altri tempi. Alla Scala erano presenti molti sovrintendenti delle principali maison d’opera europee, e lo spettacolo è stato ripreso e trasmesso da diversi canali internazionali e circuiti di riproduzione televisiva: che immagine comunica l’Italia della sua cultura teatrale e operistica? Che le sperimentazioni degli ultimi decenni non sono passate al di qua delle Alpi? Che viviamo ignari delle grandi avanguardie dello spettacolo in una beata autarchia? Il teatro ha una storia, è cosa viva, che cambia, sperimenta, rivoluziona la scena: anche rappresentando i classici. A Roma e a Napoli hanno debuttato in Italia due giovani protagonisti della regia operistica mondiale, Simon Stone e Vasily Barkhatov: non hanno scelto Milano, o più probabilmente (ed è grave) Milano non ha scelto loro. A Venezia si è visto lo spettacolo di Damiano Michieletto: al di là della valutazione che ciascuno dà del suo lavoro, uno dei pochi registi italiani d’opera programmati nelle capitali europee. Milano invece – a fronte di un’esecuzione musicale molto autorevole e vocalmente assai prestigiosa – in questo 7 dicembre guarda alla preistoria visiva, con una certa nostalgia per la stagione preregistica dei “direttori di scena”. Ma la perfezione musicale diventa accademia se non è culturalmente aggiornata, e se pretende di bastare da sé.
Terza considerazione: stavolta sul banco degli imputati c’è Rai5. Bellissimo canale a cui dobbiamo la possibilità di gettare uno sguardo sui palcoscenici pur rimanendo nel salotto di casa. Le fondazioni liriche smaniano perché il canale riprenda e trasmetta le loro produzioni. Ma siamo sicuri che faccia bene alla causa? La complessità della nuova drammaturgia non è sempre a misura di telecamera, soprattutto quando la regia video non è ben istruita e non restituisce ciò che si vede dalla sala. Succede così che uno spettacolo centrato e molto coerente, come la Turandot “di” Barkhatov, venga stravolto dalla trasmissione video, che zooma su ciò che non è importante, ingigantendo particolari trascurabili (ricordate le zucchine affettate da Alfredo nella succitata Traviata, che non avevano nessuna importanza nell’economia dello spettacolo dal vivo?) e trascura invece i quadri di insieme, decisivi per capire la messa in scena. Lo spettatore è disorientato e il popolo della rete si scatena col tiro al piccione contro il regista di turno: ma non ha capito, perché ha avuto una visione distorta, parziale, con pochi strumenti introduttivi. Le telecamere, quando non ben manovrate (un “ben” che vada oltre l’indiscutibile mestiere), funzionano solo per le cartoline illustrate o per ammirare fastose scenografie: guarda caso le ultime prime della Scala sono state promosse su Rai1.
Andrea Estero

 

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297 Febbraio 2024
Classic Voice