Scarlatti – Il Trionfo dell’onore

Opera in una masseria pugliese. Con le estrose invenzioni di Eco di Fondo e le vertigini vocali di Pe

MARTINA FRANCA – L’opera in una masseria pugliese. Il Valle d’Itria valorizza l’identità locale, com’è giusto che faccia un festival vero. E dunque, insieme al Rinaldo “napoletano” in scena al Palazzo Ducale, propone a stretto giro la versione “rurale” del Trionfo dell’onore di Alessandro Scarlatti. Perfetto l’accoppiamento: nati entrambi nella Napoli del 1718, i due titoli ci raccontano la stagione operistica partenopea com’era prima delle ripuliture di Zeno e della riforma metastasiana. Tra l’altro l’allestimento “povero” – la masseria non dispone di un palcoscenico attrezzato, la scena è la stessa corte – induce i registi del gruppo teatrale Eco di Fondo a fare di necessità virtù e a vivacizzare il gioco registico. La commedia ne esce per quello che era: l’estrema derivazione di quell’opera veneziana che aveva furoreggiato nei cinquant’anni precedenti. Con gli inserti comici e le loro strofette in rima – che Monteverdi e compagni dispensavano con accorta complicità – ormai prevaricanti sulle storie e personaggi patetici o perfino tragici, che pure sono ancora presenti, eccome. E dunque questa “commedia” – non ancora l’opera buffa che arriverà – è farsa e (para)tragedia nello stesso tempo. Non certamente alla Mozart-Daponte, anche se il protagonista Riccardo è una sorta di Don Giovanni pentito che alla fine accetta di restituire l’onore alla sedotta e abbandonata Leonora sposandola. Ma in un modo ancora arcaico, anche se ben organizzato: si fronteggiano due doppie coppie, due “quadrati” (all’opera non è ancora tempo di triangoli…), uno serioso, patetico, eroico; l’altro petulante e irresistibilmente farsesco. Due geometrie perfette.
Il Don Giovanni di Scarlatti insidia una nuova amante, Doralice, che ricambia; mentre Erminio, innamorato di Doralice e fratello della già sedotta Leonora, vuol vendicare il suo onore. Lo stesso schema si ripropone ai piani bassi della comicità, tra lo zio di Riccardo, la sua promessa sposa attempata, la servetta insidiata dallo zio e l’amico “buffo” di Riccardo, che vorrebbe invece Rosina per sé. E le due situazioni restano bloccate per circa tre ore, come in un maestoso dramma per musica. La bravura dell’Eco di Fondo sta nel rendere sempre viva una storia che sulla carta non procede: nel “variare” l’identico. Con metafore mimiche e situazioni di pura invenzione, nelle parti comiche, irresistibili. Altre volte ridondanti, è vero. Ma è un rischio che vale la pena correre: lo richiede una drammaturgia implicita, non scritta ma imprescindibile. Ne sono protagonisti – coi fantastici danzatori e attori mimi del gruppo – i valenti giovani dell’Accademia del Belcanto Rodolfo Celletti (Rachael Jane Birthisel, Erica Cortese, Federica Livi, Patrizia La Placa, Suzana Nadejese) e gli esterni Francesco Castoro e Nico Franchini, esilarante Donna Cornelia: la proprietaria ubriacona e sovrappeso della locanda agreste dove si svolge l’azione è qui affidata a un tenore comico secondo l’antico uso “veneziano”. Su tutti domina la maestria vocale di Raffaele Pe, controtenore di lusso per corpo vocale, emissione, naturalezza di fraseggio e gestione delle colorature. Applauditissimo. Scene e costumi sono di un Sud da commedia all’italiana, tra carabinieri in divisa, giovani ribelli e rockettari, ragazze timorate e altre già più emancipate, e un trionfo di panni stesi. I registi (Giacomo Ferraù, Libero Stelluti, Giulia Viana) hanno poi voluto strafare vedendo la vicenda come ricordo di un ragazzino che rivive le vicende del nonno Riccardo che mise incinta e poi sposò nonna Leonora: non era necessario. Però la cifra estrosa resta. A fronte di uno spettacolo inventivo sta una direzione di Jacopo Raffaele proiettata sulla concertazione vocale, e con buoni risultati, ma povera di colori e accenti orchestrali. La scrittura sonora, al pari di quella visiva, avrebbe richiesto fantasia e capacità variativa. Invece lo strumentale del locale Ensemble barocco – da coltivare assolutamente – restava a livello di volenterosa decifrazione.
Andrea Estero

 

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233 - Ottobre 2018
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