Donizetti e altri – Rita Soap Opera

Nella locanda di Rita, Davide Garattini innesta un esilarante via vai di personaggi donizettiani
interpreti I. Celle, V. Borgioni, F. Cascione, B. De Sa, N. Brandolino, S. Paone, G. Moura, R. Stein
direttore Francesco Zingariello
orchestra Ensemble Opera Tuscany
regia Davide Garattini Raimondi
Fortezza Firmafede

SARZANA –  È arrivato all’edizione numero diciannove, il concorso di canto intitolato al compianto maestro Spiros Argiris, accolto nella deliziosa cittadina di Sarzana, a cavallo tra Liguria e Toscana. Ne sono usciti diversi cantanti oggi in lusinghiera carriera (tanto per fare qualche nome, ci sono Veronica Simeoni, Mattia Olivieri, Maria Agresta, Sofia Soloviy, Omar Montanari, Alessandra Marianelli): ed è molto probabile che del vincitore di quest’anno, il controtenore brasiliano Bruno De Sa Nunes, sentiremo parlare parecchio stante la bellezza fuori dal comune di una voce governata da tecnica già molto ragguardevole e da musicalità impeccabile, per tacere dell’innato talento scenico.

Controtenore che ha preso parte all’allestimento dell’opera prevista quale coronamento delle diverse serate del festival – assemblato dal direttore artistico Sabino Lenoci – che fanno corona al concorso: Rita, di Gaetano Donizetti. Come ogni anno, dalle schiere dei partecipanti al concorso vengono scelti quelli della masterclass tenuta da grandi nomi della scena lirica (quest’anno Katia Ricciarelli e Fabio Armiliato), dedicata ogni volta a un autore, stavolta appunto Donizetti. Ed è in tale masterclass che sono stati scelti i dodici ragazzi per la Rita da rappresentare nel cortile della locale fortezza Firmafede.

Opera in un atto che prevede però solo tre personaggi. Qui entra in gioco la fantasia del regista Davide Garattini: che sfrutta l’ambientazione prevista dl libretto – una locanda – per dilatare l’azione facendovi entrare personale di servizio e avventori vari di passaggio, così da riuscire a impiegarli tutti.

Operazione che sembra facile ma lo è mica tanto: occorre ideare un intreccio, sia pure a maglie larghe; renderlo comprensibile al pubblico; farlo svolgere da ragazzi alle prime armi quando non addirittura debuttanti. Ecco dunque il “collante” esplicativo fornito dalle voci fuori scena della Ricciarelli e dello stesso Garattini, bravissimi nell’esporre quanto passa per la mente dei diversi personaggi, con surreali sconfinamenti nel privato sia dell’una sia dell’altro che il pubblico accoglie con sonore risate.

Così nella locanda, in parallelo con le vicende dei previsti protagonisti (la locandiera Rita, il di lei secondo marito Beppe e il primo marito Gasparo creduto morto ma che – come in un famoso film hollywoodiano – ricompare reclamando non tanto la moglie quanto il contratto di nozze, onde farlo sparire e tornarsene in Canada), si svolgono quelle del cameriere Nemorino innamorato perso – con inevitabili furtive lacrime – dell’avvenente cliente Adina, concupita dal vanesio Belcore mentre lui è fatto oggetto amoroso d’una cameriera che probabilmente si chiama Elvira giacché nello struggersi ricorda sempre “la voce sua soave”. Compare nella hall un sedicente conte Malatesta, bellimbusto fuggito da una tal Leonora che come in tante commedie goldoniane va in cerca del fedifrago invocando il suo “O mio Fernando” che viceversa corteggia – proclamandola “Bella siccome un angelo” – un’avvenentissima Norina che “sa la virtù magica d’ispirare amore” prima di proclamare, come la valzerosa Juliette, di “voler vivere entro un sogno”. Tra di loro s’aggira una procace, rosso(s)vestita femmina di non irreprensibili costumi che cerca – peraltro riuscendoci – di concupire ospiti e camerieri maschi ballando e cantando Habanere; ultima arrivata, una tal Lucia fuggita dalla Scozia di cui ricorda truci vicende allorché “Regnava nel silenzio alta la notte, e bruna”.

Entrano tutti in scena descritti dalle voci recitanti di Katia e Davide: il quale è riuscito, nonostante le prove risicatissime, a coinvolgerli facendoli pertanto muovere non dirò da grandi attori ma con una scioltezza che ispira immediatamente simpatia (e difatti il pubblico è prodigo d’applausi convinti). E nella riuscita mescolanza teatrale che la regia ottiene con arie uscite da contesti i più disparati – e improbabili per una Rita – ecco emergere di sbieco la grande verità dell’essere la musica un materiale espressivo oltremodo duttile, che in un mutato contesto può diluire verità sentimentali anche molto seriose in ironia e ambiguità di contagiosa teatralità.

L’amore, il tradimento doppio e triplo, le giravolte del cuore, la spensierata civetteria, i lancinanti rimpianti, la dolcezza indifesa della gioventù: il melodramma è un’immensa cornucopia di sentimenti, così ricca da vincere senza problemi i canovacci delle più intricate telenovele (onde il titolo, appunto Rita soap opera), così da non essere bastevole una sola serata per narrare i casi di ben dodici ragazzi e ragazze. Onde l’inedita, spiazzante e intrigantissima soluzione di spalmarli in due serate successive, entrambe esaurite da un pubblico sacrosantamente divertito. Sentimenti, comunque, riassunti dalla volatile figura del cameriere Cherubino. Che con la sua dolcissima voce di controtenore – un’eresia, nell’opera completa, ma funziona benissimo come astratta metafora – canta entrambe le sue considerazioni sull’insorgere di quella strana cosa chiamata amore: che esalta, conturba, fa volare in cielo e precipitare in terra, ma anche più spesso induce a piangere. L’haendeliana “Lascia ch’io pianga”, divinamente cantata da Bruno De Sa Nunes, è l’apice emozionale della serata, e la si ricorderà per un bel pezzo.

Attorno a questo fuoriclasse, come sempre avviene tra i partecipanti a un concorso, c’è qualche vu’ cantà che dovrebbe esaminare le proprie scarse risorse e risolversi per il coro o altro mestiere. C’è chi avrebbe il materiale ma dovrebbe trovare chi gl’insegnasse a metterlo megli a profitto. E c’è chi è già sulle soglie d’una promettente carriera: come il mezzosoprano Nicole Brandolino, che da donizettiana, dolente Leonora della prima sera ha deciso nella seconda di gettare la malinconia alle ortiche metamorfosandosi nella rossiniana Isabella che sa – e assai bene spiega – “qual sia l’effetto d’un sguardo languido, d’un sorrisetto”; come la Sara Intagliata, Lucia ancora un po’ acerbina ma che potrebbe farcela; come il gran simpatico Nemorino di Rafael Stein, che prina di tutto deve padroneggiare meglio l’italiano, e poi risolvere diversi problemini nel far girare le note in alto, ma il timbro è tanto bello e il talento del fraseggiatore parrebbe esserci. Diverse spine, una rosa aulentissima, qualche rosellina un po’ più pallente: ma se lo sono davvero, fioriranno. Per intanto, ci s’è divertiti parecchio.

Elvio Giudici

 

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