Se il tenore è in mutande

Nel "Matrimonio", a Martina, torna l'abilità tipicamente "pizziana" di far prevalere l'occhio

Dopo la petrosa aridità melodica dell’Ecuba, sentire zampillare l’inesausta felicità della melodia cimarosiana è stato un autentico balsamo. Persino l’analogo nulla registico dello spettacolo di Pizzi (che ricicla – il riciclo, d’altronde, è da sempre la cifra sua più riconoscibile – l’idea di ambientazione in una villa moderna, già sperimentata nella rossiniana Pietra del paragone) qui è sembrato vivificarsi in virtù del prodigioso “misto di allegria e tenerezza” con cui Stendhal magnificamente definiva la fusione di versi tra i più belli di tutta la storia del teatro musicale con una musica che ad essi aderisce con perfezione capace di sopportare persino l’impossibile paragone con quella mozartiana.
La scelta d’un cast di giovani di bell’aspetto e grande vivacità scenica ha senz’altro pagato, ivi compresa l’astuzia tipicamente pizziana di provarsi a far prevalere l’occhio sull’orecchio nel caso dell’elemento più debole (il tenore Alasdair Kent, vocina sbiancata e dagli acuti invariabilmente uno strazio dell’anima) presentandolo in mutande e mettendolo poi a torso nudo nella sua scena a luci rosse con Fidalma. Ma in generale, la comunicativa che spontaneamente scaturisce da un contesto moderno affidato a dei giovani tutti di bell’aspetto riusciva a mascherare spesso la banale gestualità delle solite corsette, danzette, coccolezzi e moine con cui una tipica non-regia svilisce la struttura narrativa d’una commedia musicale specchio perfetto di quelle goldoniane.
Anche perché la direzione di Michele Spotti riusciva a riassorbirle coi suoi tempi in generale spigliati ma capaci d’illanguidirsi senza slentarsi troppo, di ricercare colori e chiaroscuri senza scadere in manierati preziosismi, di vivacizzare il canto con una robustezza che faceva dimenticare le molte caccole sceniche.
La scrittura vocale di Cimarosa è di quelle terribilmente ingannevoli: tale la limpida felicità melodica, da farla sembrare semplice laddove ogni frase nasconde insidie richiedendo fior di tecnica di pari passo all’indispensabile varietà di fraseggio. Questo cast, eccezion fatta per il catastrofico Paolino (che tristezza, sentir affondare tanto miseramente la meravigliosa tenerezza della sublime “Pria che spunti in ciel l’aurora”!), riesce nel complesso a reggere l’improba sfida.
Spiccano la verve e la debordante comunicativa del Geronio di Marco Filippo Romano e del Conte di Vittorio Prato: voci la cui gradevolezza timbrica è valorizzata da linee di canto morbide,  omogenee, innervate dall’ottima dizione indirizzata verso una tavolozza accentale di sapida incisività. Benedetta Torre è una Carolina più avvenente nel fisico che nella voce, il cui registro acuto ha spigoli e stridori alquanto eccedenti, provocati da un’emissione che privilegia più la spinta della gola rispetto all’appoggio sul fiato: bel materiale, però, che se riuscirà a lavorare di più sulla tecnica potrebbe darci un’interprete di riguardo. Non ha cominciato troppo bene, la Fidalma di Ana Victoria Pitts, che nella sua aria ha esibito diversi borborigmi nel registro grave: molto meglio nel prosieguo, per fortuna, dove ha fatto valere il bel rigoglio timbrico e un’eleganza nel porgere pari a quella del gestire, così da plasmare un ottimo personaggio. Maria Laura Iacobellis è risultata essere l’elemento femminile meno caratterizzato in scena ma migliore sul fronte vocale: bel timbro luminoso e robusto, linea morbida resa fluida e omogenea da un’emissione tutta sul fiato, la sua Elisetta ha dato spessore al personaggio forse più difficile dell’opera perché quello meno spontaneamente simpatico.
Elvio Giudici

 

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