Ecuba senza drammaturgia

A Martina Franca la regia non si vede. E gli interpreti camminano sulle uova

I miracoli non si vedono più neppure a Lourdes, e difficilmente potevano sentirsi a Martina Franca, dove il fiore all’occhiello del festival della Valle d’Itria ha subìto il doppio vulnus dell’abbandono per malattia (fin troppo tempestiva) del direttore Fabio Luisi che aveva patrocinato la ripresa di quest’opera molto descritta e quasi mai sentita; e di quello di Carmela Remigio nella parte eponima, costretta a saltare la prima delle due recite.
Sesto Quatrini è arrivato quasi alla fine delle prove, e in qualche modo ha tenuto insieme la serata guidando l’orchestra del barese Petruzzelli in una partitura accidentata di cui ha fatto quanto meno intuire le principali caratteristiche. So bene che in casi del genere sarebbe d’obbligo parlare di capolavoro finalmente riscoperto, col corollario buonista del genio scomparso poco più che ventenne. Ma senza addentrarmi troppo, di Mozart capace di scrivere un (autentico) capolavoro come il Mitridate a sedici anni ce n’è stato uno solo; e di compositori in grado di innestare con successo gli stilemi della francese tragédie lyrique nel gran tronco dell’opera napoletana, Cimarosa e Traetta ci sono riusciti parzialmente e solo Rossini completamente, allorché proprio a Napoli crea un linguaggio autonomo e di tanto geniale in quanto drammaturgicamente valido in sede musicale. Perché questo è il punto. Col libretto intorcinato come un cavatappi a rendere improba proprio quell’articolazione semantica su cui la tragédie lyrique basa il proprio esistere, ma comunque con un imposto lontanissimo dallo sciogliere in catarsi drammatica l’assurdità della vicenda; e con la musica che su di esso si plasma con fatica ma soprattutto quasi mai riesce a riversare in eloquio tragico certi stilemi connaturati all’opera napoletana: la drammaturgia è la grande assente in questa Ecuba. Certo, alcune pagine sono suggestive: il Quartetto che chiude il second’atto, davvero interessante. Ma altre avanzano proprio a fatica (quant’è bruttino il duetto Achille-Polissena! fa molto musical-chic, l’arpa concertante dell’aria di Ecuba, ma siamo più in un serioso salotto altolocato che in un’infuocata tragedia; e un po’ miserella, la pagina conclusiva bisognosa di ben altro fiato tragico), reggendosi su di un mestiere senza dubbio serio ma che secondo me solo in taluni sprazzi riesce ad andare oltre.
Molto può fare, in casi del genere, un’esecuzione al calor bianco. Qui, orchestra (discreta ma con parecchi buchi), coro del piacentino Municipale (molto impegnato e parecchio spaesato), cast: tutti camminavano sulle uova. Comprensibile, data la situazione: ma la comprensione non sempre scaccia la noia d’un nobile cataplasma.
Lidia Fridman (nella foto, ndr), frutto della locale Accademia del Belcanto intitolata all’antico demiurgo martinese Rodolfo Celletti, s’è impegnata con esiti lodevoli ma ahimè ben poco carismatici. Roberta Mantegna è la luminosa speranza che ben si conosce e apprezza dopo i suoi trascorsi di Pirata e Aida, sfoggiando cavata ampia e timbratissima, linea morbida ben appoggiata e molto ben proiettata: la scolpitura tragica dei recitativi, però, non pare essere ancora cosa del tutto sua e la circospetta prudenza, in siffatto contesto, non aiuta. Norman Reinhardt è un Achille volonteroso ma povero di smalto, e Mert Sungu è quello che si “butta” di più, cominciando parecchio male ma finendo molto meglio, dando a Priamo un discreto risalto.
Lo spettacolo è firmato in toto da Pier Luigi Pizzi, che ha novant’anni. Si vedono tutti, nel non vedere nulla di sia pur vagamente attinente a una regia. La pensione è un diritto: ma in certi casi diventerebbe un dovere.
Elvio Giudici

 

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