Verdi – La Forza del destino – Royal Opera House

Al Covent Garden un'edizione storica, che in Italia si vedrà al cinema
interpreti J.Kaufmann, A.Netrebko, L.Tézier, V.Simeoni, F.Furlanetto, A.Corbelli
direttore Antonio Pappano
orchestra Covent Garden
regia Christof Loy 
teatro Royal Opera House Covent Garden

 

LONDRA – Capita molto di rado, ormai, uscire da teatro con la salda convinzione d’avere assistito a una serata storica: figuriamoci poi se la serata è dedicata a Verdi, e figuriamoci se l’opera è la Forza, carogna tra le massime da realizzare musicalmente e scenicamente. Ma storica, questa Forza non ho dubbi lo sia: ed essendo prevista la sua diffusione nei cinema (il 2 aprile alle 19:15, ndr) quindi alla portata di tutti – ci sarebbe davvero da intonare “Viva viva la follia” come fa il coro nell’accampamento di Velletri.
Lo spettacolo è quello nato ad Amsterdam con Michele Mariotti sul podio, e ne ho già straparlato su “Classic Voice”, quindi solo due parole.
La scena sostanzialmente fissa è una stanza, quella dell’involontario omicidio che mette in moto la forza del destino e che attraverso alcune proiezioni in bianco e nero comprendiamo resti ossessiva idea fissa nella mente di Leonora, Alvaro e Carlo. Molte idee azzeccate: cito solo Alvaro che si concede un “relax” con Preziosilla, giacché ormai Leonora è “in seno agli angeli” e lui invece no; o la stessa Preziosilla e Trabuco presenti alla mensa dei poveri, distrutti, gli occhi sbarrati sul vuoto, a dirci come “è bella la guerra” sia una gran balla.

Gestualità articolatissima condotta sui singoli e ancor più sulle masse, apice inarrivabile la monumentale scena dell’accampamento, resa un portentoso pezzo da musical dove le masse son fatte muovere con un’articolazione di sbalorditiva fluidità, frammiste a otto mimi-ballerini che terremotano tutta la lunga scena portandola quasi al parossismo: e al centro, Preziosilla-Simeoni. Che avrebbe cantato superbamente lo s’ipotizzava, ben conoscendone bellezza timbrica, tecnica scaltrita, musicalità, doti eccelse di fraseggiatrice. Ma si resta basiti nel vedere Veronica ballare con una flessuosità, un’eleganza e uno scatenamento simili, tra un accenno di danza del ventre e un vorticare sopra le braccia dei mimi mentre sciorina trilli, volatine, duine e quartine di liquida scorrevolezza, prima d’un Rataplan sommesso, nevrotico, tutto un brivido ritmico che è traduzione sonora di occhi sbarrati in visioni angosciose di guerra e di morte. In questa stessa scena, il Melitone-capolavoro di Alessandro Corbelli: acidulo, stizzoso, millimetricamente calibrato sulla parola e sul gesto, neppure la più piccola caccola, musicalissimo.
Ferruccio Furlanetto, a settant’anni, che abbia qualche ruga sulla linea vocale si capisce: ma è linea ancora ampia e risonante, con più che mai quel senso della parola (cos’è il suo attacco a “Guai per chi si lascia illudere”!) che ne hanno fatto interprete verdiano tra i massimi degli ultimi lustri. Ludovic Tézier ha quella che i loggioni antichi solevano chiamare “una canna così”: pago di ciò, di tutto il cast è colui che fraseggia con meno varietà, ma Carlo – personaggio in definitiva monolitico e con poche o punte sfumature nel suo dissennato orgoglio vendicativo – gli sta a pennello molto più, poniamo, d’un Simone o d’un Posa. Parti di fianco variabili, dal minimo oltre la decenza del Marchese della gloria locale Robert Lloyd, al commovente della Curra ex gloriosa Jenufa di Roberta Alexander, al massimo oggi ipotizzabile nel campo dei comprimari: un Carlo Bosi che Pappano vuole nasaleggi sgradevolmente alla giudea come Trabuco, e del quale fa un personaggio che non si dimentica più.
Ma naturalmente, i riflettori della spasmodica attesa (quella che pare abbia fruttato al mercato nero 4000 sterline a biglietto!!) erano tutti puntati sull’Alvaro di Jonas Kaufmann e su Anna Netrebko debuttante in Leonora. Formidabili entrambi.

Lui ha ormai portato al virtuosismo più estremo il metodo-Caballè: spoggia il suono ottenendo che una voce ampia e brunita s’assottigli in pianissimi impossibili altrimenti, con effetti del tutto inediti. L’attacco alitato a mezz’aria di “O tu che in seno”, ovviamente; ma anche frasi come “se tu com’io non m’ami”, o infinite altre nei tre duetti con Carlo: tutte capaci di dare tutt’altra profondità psicologica ad Alvaro. Ma là dove deve esplodere o viaggiare sulle ali di aperture melodiche amplissime che lo portano a si bemolli e si naturali brucianti: là, l’emissione è appoggiatissima e granitica, riempiendo la sala d’un suono di bellezza indimenticabile.

 

E lei… riascoltiamo la monumentale ampiezza e bellezza vocale della Tebaldi, innervata dall’accento della Callas. Non una frase priva di un chiaroscuro, un’inflessione capaci d’illuminare ogni anfratto della tormentata psiche di questa straordinaria creazione verdiana. Non una delle innumerevoli e perigliosissime fiondate all’acuto (quel duetto col Padre Guardiano, dove muoiono tutte!) che non faccia udire suoni fermi, squillanti, carnosi e intrisi d’una conturbante, appropriatissima sensualità proprio là dove s’implora la mortificazione della carne. E quelle deliranti espansioni che si proclamano verdiane in ogni nota: possenti ma impeccabili legati, morbidezza, uguaglianza in ogni registro “passando” dall’uno all’altro con la fluidità consentita da tecnica e musicalità d’eccezione. Incredibile, senza meno, un debutto già di simile livello: da serata storica, appunto.
Pappano è il grande accompagnatore che ben si conosce, e ancora una volta se ne apprezzano – perché quanto mai essenziali, in opera siffatta data ovviamente nella sua assoluta integralità – le doti di narratore capace di tendere l’arco narrativo privandolo d’ogni punto morto: gran lavoro di dinamica onde ricchezza di colori di conserva alla superba capacità di far “cantare” a piena voce l’orchestra pur valorizzando ognuno dei molteplici gioielli armonici e timbrici di questa straordinaria, sublime partitura. Che una volta di più dimostra il suo essere l’unico vero romanzo popolare che l’Italia annoveri accanto al capolavoro manzoniano: e che pertanto, solo ponendosi da quest’ottica può essere reso come deve.
Elvio Giudici

 

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