Mozart – Le nozze di Figaro

interpreti L. Vasar, A. Prohaska, I. D’Arcangelo, D. Roschmann, M. Crebassa
direttore Gustavo Dudamel
orchestra Staatskapelle Berlin
regia Jurgen Flimm
regia video Hanes Rossacher
sottotitoli Ing., Fr., Ted., Cor., Giap.
2 dvd Accentus 0366
prezzo 38,60

Anni Venti. Durante l’Ouverture, gli Almaviva con servi al seguito giungono nella loro casa di campagna accolti da cartelli beneauguranti buone ferie. Una stanza chiusa da gelosie verdi, pareti un po’ scrostate, enormi bauli-armadio su rotelle che entrano ed escono da un guardaroba. Nel terz’atto, sdraio, tavolini con bibite (non tutte analcoliche…), grammofono portatile, salvagenti col classico collo di cigno, Conte e Contessa in accappatoi bianchi. Servi vanno e vengono, ma soprattutto ascoltano e commentano: Cherubino e Barbarina, in particolare, sono quasi onnipresenti. Flimm è tedesco, ma – miracolo! – queste sono Nozze senza Konzept, senza sottotesti, rimandi, quiz più o meno elucubrati, sottofondi sociali, neppure un simboletto piccino picciò tanto per gradire: commedia, invece. Commedia scatenata, sull’onda di un’orchestra spumeggiante, contrastatissima, nervosa ma anche attraversata da folate di sensualità debordante. I recitativi (dizione e articolazione interna praticamente perfette) sono una vera e propria lezione di teatro musicale: e per ogni nota un gesto, un atteggiamento, una trovata mimica, una controscena, un rapporto reciproco stabilito fulmineamente ma sempre a proposito e centrando ogni volta l’obiettivo di tenere in costante, massima tensione l’arco narrativo.
Sembra di sentire l’obiezione dell’immancabile intellettuale congenitamente allergico al riso, da sostituire sempre e comunque col pensoso elucubrare: ma ridurre il Conte a un latin lover cui l’avvenenza aggrava una certa qual aria tontolona, non ne sminuisce la pericolosità su cui gran parte della trama si basa? Nient’affatto, a mio avviso. Semplicemente, il baricentro drammaturgico si sposta dal contesto sociale padrone-servo per divenire scontro di intelligenze. Figaro, coi suoi occhialini tondi, il suo pon pon e la sua aria da ragioniere dimesso, vede accresciuta la forza della propria intelligenza così come la prorompente fisicità di Susanna premia l’energia del carattere e la vera personalità. E comunque, per una volta la forza travolgente della vicenda, sospinta dalla direzione di gran lunga migliore che abbia finora sentito da Dudamel,  fa aggio sui suoi sottotesti.
Ottimo cast, le doti recitative del quale lo pone tra i migliori dell’intero catalogo video mozartiano. Lauri Vasar ho l’impressione che in teatro abbia un volume alquanto modesto ma la linea è molto bella, il fraseggio curatissimo, il timbro chiaro assai gradevole. Susanna è Anna Prohaska: la ricordavo Zerlina troppo acidula e puntuta alla Scala con Barenboim, ma qui la voce suona più corposa e di gradevole colore, la linea più morbida e omogenea, qualità tutte accentuate dalla mercuriale varietà della tavolozza accentale. Dorothea Roschmann ha fatto della Contessa uno dei suoi ruoli-feticcio, e ancora una volta la cantante e l’interprete plasmano un magnifico personaggio, quantunque questa sopravanzi quella: gravi un po’ infeltriti e acuti un filo tirati, ma il registro centrale è ancora splendido e comunque la linea vocale è sempre quella d’una fuoriclasse capace di creare un momento magico in “Dove sono i bei momenti”. Marianne Crebassa è il nuovo idolo della critica francese, e come Cherubino – molto diversamente da quando impersona la rossiniana Cenerentola – si è inclini a condividere quantunque con più moderazione. Le splendide caratterizzazioni sceniche di Katharina Kammerloher e Otto Katzameier fanno quasi dimenticare le asperità dell’una e le gutturalità dell’altro. Come Antonio compare senza far torto a nessuno, il cast è dominato dalla cintola in su dal Conte di Ildebrando D’Arcangelo. Che ha affrontato molte parti verdiane con esito buono, ma neppure lontanamente rapportabile ai capolavori che crea in Mozart: voce splendida nella sua calda, vellutata brunitura, esaltata dalla morbidezza di un’emissione che assicura omogeneità e scorrevolezza all’intera linea vocale, donando aureo materiale a un interprete in stato di grazia. Sono quasi certo che molti hanno storto o storceranno il naso davanti al profluvio di accenti, inflessioni, sfumature esibite dall’interprete che preme a fondo  il pedale della piacioneria: come se Mozart dovesse necessariamente essere serioso e pagar pegno a quella “nobiltà” sempre tirata in ballo dai nostalgici del Settecento angloviennese, anziché per una volta rendere evidente quanto saldo sia il legame che lo lega alla tradizione dell’opera napoletana. Comunque, il Conte meglio cantato e più divertente degli ultimi trent’anni.
Elvio Giudici

 

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