Zender – Schuberts Winterreise

tenore Julian Prégardien
orchestra Deutsche Radio Philharmonie
direttore Robert Reimer
cd Alpha Classics 425
prezzo 18

Occhi spiritati e mani nei capelli: è la copia fotografica dell’autoritratto, o “Uomo disperato”, di Gustave Courbet, 1845. Che vuol dire? Prégardien ci mette in guardia? Ma no, la verità di Schubert non corre rischi da questo Viaggio d’inverno.
Hans Zender, classe 1936, è un musicista tutt’altro che sulfureo; non c’è niente di diabolico e iconoclasta in quelle che definisce “interpretazioni composte”: ormai tre, sulle Variazioni Diabelli di Beethoven, sulla Fantasia in Do maggiore di Schumann e sulla Winterreise (che ha ormai 26 anni, essendo stata eseguita in prima assoluta a Francoforte nel ‘93).
Non sappiamo quante repliche abbia avuto nella sua storia il Viaggio d’inverno secondo Zender: questa esecuzione è stata registrata dal vivo nel 2016 a Saarbrücken. Riproposta per sfida? Per curiosità? Forse tutt’e due, ma possiamo stare tranquilli: la “trascrizione” per piccola orchestra è una mutazione timbrico-strumentale, non una mutazione genetica.
Zender entra in Winterreise in punta di piedi, con colpi d’archetto come passi sulla neve, apre un poco sui fiati e poi torna sul violino per riavvicinarsi alla poesia originale di Gute Nacht.  E di qui inizia un Viaggio accorto nel maneggiare le linee melodiche che temeresti a rischio. Tutto corre discreto, senza rinunciare a qualche invenzione eccentrica come la marcetta alla Kurt Weill sulla terza strofa (Was soll ich länger Wellen).  Zender osa volatine in simil-Stravinskij a introdurre Die Wetterfahne. Cadono pause e rallentamenti non scritti nelle “Lacrime gelate”. Nuove rincorse di archi su Errstarrung. Der Lindenbaum si presenta come una canzone triste sul pizzicato di chitarra. Riccioli del corno (qui non eseguiti a regola d’arte, per la verità) increspano le onde di Wasserflut. Qualche tenebra wagneriana annuncia Auf dem Flusse e un frullìo di fiati lo screziano verso la chiusa. La traduzione è tutta nella lingua di un’orchestra che parla Novecento inoltrato, fino ai nostri giorni, ma trattenuta. Legni, ottoni, percussioni, sax, l’accordeon non macchiano d’inchiostro le pagine di Schubert. Che infine sia la voce di tenore – limpida, espressiva di Julian Prégardien – a prendersi cura senza ritocchi pesanti dei versi di Wilhelm Müller, contribuisce molto a rendere amorevole questa appropriazione. Il viaggio non è a rischio.
Carlo Maria Cella

 

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